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Ah l’amore, l’amore! II Parte

Roberto sognava al mattino dando l’ultimo sguardo al balcone fiorito di là della strada dopo la pulizia dei denti. Sognava a scuola durante le lezioni tanto che gli insegnanti non vedevano l’ora che passasse quel mese assassino per ritrovare i ragazzi attenti come al solito. Sognava soprattutto di sera, all’ora del silenzio, quando nessuna interferenza poteva distoglierlo dai suoi pensieri. Poi, finalmente, se ne andava a letto con in testa l’immagine di Teresa che gli teneva compagnia fino all’arrivo del sonno.

Ave Maria piena di Grazia il Signore è con te…”

“Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori …”

“Peccatori?”

“Sono anch’io un peccatore?” pensava Roberto, assorto nei suoi pensieri.

“Che ho fatto di male per essere un peccatore? Forse non è giusto pensare a Teresa. Sarà per questo che sono peccatore!”

Poi, però, si rianimava e si autoassolveva.

“Ma quale peccatore e peccatore! Non c’è niente di male, Teresa non può essere un pensiero cattivo se ti riscalda il cuore. No, non può essere peccato”.

A volte pensava anche di andarsi a confessare per avere conferma di non essere un peccatore, ma poi non trovava mai il coraggio di farlo.

E se il confessore gli avesse ordinato di non pensarci più? Cosa avrebbe fatto?

Magari gli avrebbe dato anche la penitenza ed oltre al danno, la beffa!

No, non poteva farlo, non poteva confessare una cosa di cui non intendeva pentirsi e per la quale non aveva nessuna intenzione di ripromettersi di non pensarci più.

Vogliamo scherzare?

Avanti e indietro, avanti e indietro. Dieci, venti Ave Marie, dieci, venti Pater, dieci, venti gloria.

Non finivano mai.

Trenta, quaranta, cinquanta. Su e giù per il viale, fino a tardi.

“Nel primo mistero gaudioso si contempla …”

“Nel quinto mistero gaudioso …”

“Mistero gaudioso? Che vorrà dire mistero gaudioso?”

“Mistero forse lo capisco: una cosa misteriosa, incomprensibile, ma gaudioso che significa? Da che cosa deriva? Non mi sembra un nome di persona perché non l’ho mai sentito. Di animale non può essere perché un animale non si mette nel rosario. Forse un verbo. Io gaudio, tu gaudi, egli gaudia, noi gaudiamo, voi gaudite, no, voi gaudiate, essi godono. No, no, non godono che vuol dire godere. Gaudiano, sì, sì, gaudiano. Boh! Gaudiare, sarà questo il verbo.

Debbo proprio andare a vedere sul vocabolario, ma non mi sembra di averlo mai sentito”.

Il mese di maggio era cominciato con il rosario itinerante.

Una lunga fila di ragazzi distratti ripeteva cantilenando le preghiere di rito. Dietro a loro, una piccola folla di parrocchiani del quartiere seguiva la processione disordinatamente. Erano facce conosciute, le stesse che si vedevano alla domenica durante la messa.

Roberto, voltandosi, notò Teresa e la ragazza vide la camicia rossa nella terzultima fila dei collegiali.

Cominciarono le manovre di avvicinamento, ma il rosario volgeva al termine e per quel giorno nulla più di un tenero sguardo.

“Ave Maria piena di grazia …”

Dalla terzultima fila Roberto scivolò all’ultima. Teresa conquistò audacemente la testa del gruppetto degli esterni. I due ragazzi erano ad un metro di distanza l’uno dall’altra.

“Santa Maria, Madre di Dio …”.

Teresa aveva sciolto i capelli ed aveva messo un filo di trucco. La coroncina con i grani di legno marrone scorreva tra le mani bianche di bambina cresciuta in fretta. Uno scialle rosso sulle spalle la riparava dall’umido della sera.

Roberto la guardò e gli occhi si incrociarono con quelli di lei. Rallentò il passo e le fu vicino, fianco a fianco.

“Io mi chiamo Roberto, tu come ti chiami?”

“Teresa” rispose lei sbiancando ed interrompendo per un attimo la preghiera.

La corona si aggrovigliò tra le dita.

“Ave Maria piena di grazia, il Signore …cammina adagio!” le sussurrò con audacia. “Fatti superare da questa gente. Io vado dietro, seguimi piano piano”.

“Santa Maria, Madre di Dio …”.

La preghiera, monotona e dolce, si udiva persino dall’Osservatorio Astronomico, sull’altro versante della collina.

Nelle case le vecchiette che non erano andate al Don Orione recitavano anche loro il santo rosario.

Roberto non avrebbe mai creduto di poter essere così intraprendente. E’ proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno. Sapeva che quell’occasione non si sarebbe più presentata e perciò bisognava coglierla. Certo, i rischi erano tanti, ma ne valeva la pena.

Rischio numero uno: cosa gli lasciava credere che Teresa avesse qualche interesse per lui?

Rischio numero due: come poteva avvicinare la ragazza senza che gli assistenti ed i compagni se ne accorgessero?

Meglio fermarsi con il conteggio dei rischi perché altrimenti tutto sarebbe andato in fumo.

Meglio agire.

Anche lui aveva sedici anni, che diamine, e se uno certi passi non li fa a quell’età, quando li deve fare?

Si fece coraggio ed in poco tempo si ritrovò solo soletto ultimo del gruppo. Si guardò indietro un po’ smarrito, ma riprese il passo cadenzato della processione e aspettò che succedesse qualcosa.

Terminata la decina delle Ave Maria, Don Fedele intonò il Padre Nostro.

“Padre Nostro che sei nei cieli …”

Roberto, assolutamente assente ed ignaro, rispose: “Ave Maria piena di grazia il Signore …” attirandosi gli sguardi disgustati delle due signore che erano davanti a lui.

Al Padre Nostro non si risponde con l’Ave Maria.

Arrossì di vergogna ma subito dopo l’assistente intonò la seconda o terza decina di Ave Maria. Meno male, perché così era più facile pensare ai fatti propri.

Guardò avanti per individuare la testina di Teresa. La vide là, sempre al solito posto. Pregava e non dava segni di avere in mente di raggiungerlo.

Pensò che avesse sperato troppo e gli venne un groppo in gola. Gli passò pure la voglia di recitare il rosario e si incupì al punto che stavano per spuntargli le lacrime. Per distrarsi cominciò a guardarsi attorno.

La luna faceva capolino tra le chiome dei pini e la macchia di verde circostante era illuminata a giorno. Il cri cri impietoso di un grillo carogna gli intenerì il cuore più di quanto non lo fosse già.

Il profumo dell’erba tagliata di fresco inebriava l’aria.

“Che ho fatto di male per meritare tutto ciò?” si chiese Roberto compatendosi più di quanto fosse necessario.

“Come posso essermi sbagliato sulle sue intenzioni?”

Si convinse che il pensiero di Teresa era davvero peccato e che Dio aveva voluto punirlo.

Maturò in fretta e furia il pensiero di andarsi a confessare ed una bella penitenza gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe fatto passare i grilli che aveva per la testa.

Che peccato, però!

Immerso in questi pensieri, continuò a camminare lentamente come tutti gli altri, ma il passo diventò pesante e quel viale pianeggiante come un biliardo presto gli parve come una salita ripida di un sentiero di montagna.

Improvvisamente alzò la testa e si accorse che Teresa non era più al solito posto.

Si illuminò come un lampione quando si rese conto che la fanciulla gli si stava avvicinando.

“Dio mio ti ringrazio!” disse mentalmente, ripromettendosi, come fioretto, di saltare per tre giorni la partita di calcio delle quattro del pomeriggio e di non dire nemmeno una parolaccia per tutto il mese.

“Ave Maria piena di grazia, il Signore …”

Accanto, finalmente accanto uno all’altra.

Ora potevano parlare quasi liberamente perché nessuno badava a loro e bisognava approfittarne velocemente.

“Teresa, io ti voglio bene” si lasciò scappare Roberto.

Non aveva mai pronunciato quelle parole in vita sua e non ne conosceva il suono. Gli parve una musica celestiale e gli sembrò che a pronunciarle fosse stato un altro.

“Santa Maria Madre di Dio …” rispose, di rimando, la ragazza.

“Hai sentito? Ti ho detto che ti voglio bene!”

“Ave Maria piena …sì, ho sentito!”

“E allora, che mi rispondi?”

“Zitto, non ti far sentire … adesso e nell’ora della nostra morte così sia!”

“Se non mi rispondi, lo dico a voce alta!”

“Tu sei matto …piena di grazia il Signore …”

“Dai, rispondimi!”

“…tu sei benedetta fra le donne …anch’io!”

“Come hai detto?”

“Oh mamma mia! …piena di grazia …Anch’io ti voglio bene!”

Il cielo cominciò a ruotare vorticosamente, gli alberi si dipinsero di rosa e la notte si illuminò di luce sfolgorante.

“Teresa, Teresa, Teresaaa!”

Roberto ritornò in se e si guardò attorno guardingo. Tutti erano immersi nella preghiera o nei loro pensieri, dunque poteva osare ed osò.

Allungò tremante la mano, prese quella di Teresa e se la portò alle labbra deponendovi un bacio delicatissimo. Poi spostò la mano sulla sua guancia e, chiudendo gli occhi, la strinse forte come per lasciarvi l’impronta.

Teresa era impaurita. Si guardò attorno sgomenta perché si sentiva addosso gli occhi di tutti. Fu presa da un senso di colpa ma quel gesto le scatenò dentro una tempesta di sensazioni mai provate. Tremava tutta, le gambe perdevano forza e le tempie le scoppiavano. Il calore di quella guancia di fuoco le si era trasmesso addosso. Le mancava il respiro.

“Ave Maria piena di grazia …”

Le parole le uscivano a stento di bocca. Roberto allontanò la mano dalla guancia ma la tenne serrata nella sua. Guardò Teresa e si accorse che stava per svenire.

“Non mi morire adesso che ci siamo incontrati” le bisbigliò sorridendo. Teresa si fece forza e gli strinse la mano con energia. Roberto partì per il paradiso e avrebbe voluto che il rosario durasse tutta la notte.

Le cinquanta Ave  Marie con tutto il resto adesso gli sembravano poche. Meno male che il mese di maggio era appena iniziato.

Quando cominciò il Salve Regina, ultima preghiera del rosario, Roberto giudicò prudente raggiungere il gruppo. Si portò di nuovo la mano di Teresa alle labbra e la baciò ancora con più forza. Controvoglia la dovette lasciare e prima di rimettersi in moto per riconquistare la posizione, si chinò verso l’orecchio della ragazza e le sussurrò tutto d’un fiato:

“Ci vediamo domani sera. Ti voglio bene!”

* * *

La macchina quella mattina non voleva proprio saperne di portarlo a scuola. C’era qualcosa che non andava e Roberto non riusciva proprio a capire quale fosse il problema. Si fermò davanti al Don Orione con l’intenzione di lasciare la vettura e prendere l’autobus. La fermata era lì e forse non avrebbe fatto molto tardi per la lezione.

Cambiò idea.

Quella mattina non sarebbe andato a scuola. Non poteva trovarsi lì, davanti al suo Istituto, e non andare a vedere come era cambiato.

Guardò prima la sua finestra, poi si avvicinò al muretto e ficcò la testa in una delle feritoie.  C’era sempre il campo di basket e c’erano pure gli attrezzi per la ginnastica. C’era in più un campetto da bocce per gli anziani del quartiere e questa era la novità più rilevante.

Decise di entrare e si avviò verso il cancello principale. Il portiere non c’era più. Un modernissimo videocitofono aveva preso il posto del vecchio Giuseppe che adesso avrebbe avuto più di cent’anni.

“Buongiorno, sono il professor Sereni, un ex allievo, e vorrei visitare l’Istituto. E’ possibile?”

“Non credo che oggi sia possibile perché non c’è il direttore. Ripassi un altro giorno” rispose una voce flautata al citofono.

“Vorrei anche lasciare un’offerta!”

“Aspetti che vedo se per lei posso fare un’eccezione. Non se ne vada, arrivo subito”.

Entrò e scorse subito il viale del rosario. Lo percorse rapidamente con lo sguardo e riconobbe l’albero sulla destra sotto il quale, tra un’Ave Maria ed un Padre Nostro, aveva preso per la prima volta la mano di Teresa tra le sue. Si diresse in quella direzione e si fermò proprio sotto il pino.

Lì intorno tutto era rimasto com’era, solo i laboratori di falegnameria, di fotografia e la scuola di cinematografia erano ormai chiusi da anni.

Cominciò a percorrere il viale lentamente, con lo stesso passo e la stessa cadenza di allora. Gli venne in mente il “mistero gaudioso” e si ritrovò a ripetere mentalmente “io gaudio, tu gaudi, egli gaudia…”.

Rivide le treccine di stoppa tra la folla immaginaria ed istintivamente rallentò il passo.

“Ave Maria piena di grazia il Signore…”.

Nessuna risposta. Il rosario era terminato.

Tornò indietro e chiese di visitare la vecchia camerata. Non c’era più: al suo posto c’erano tante camerette per la fisioterapia. Entrò in quella corrispondente alla quinta finestra a partire da destra, la sua finestra.

Il suo accompagnatore si allontanò con discrezione e Roberto accostò la porta. Si avvicinò alla finestra ed appoggiando i gomiti sul davanzale aperto, buttò l’occhio di là della strada.

Riconobbe la palazzina a cortina color mattone ed il balcone fiorito. Sullo sfondo i prati erano spariti e non c’erano più le pecore, le mucche ed i cavalli. Non si vedevano più i palazzoni di Primavalle ed il sole al tramonto veniva subito inghiottito dalle torri di vetro e cemento che arrivavano fino al cielo.

Il balcone era pieno di gerani rossi, viola e bianchi, proprio come allora. In un angolo sulla destra, federe e lenzuola si asciugavano al sole e svolazzavano alla brezza primaverile.

Chi mai poteva abitare  in quella casa? Il generale sarò morto da tempo e forse qualcuno l’aveva comprata.

Che fine avrà fatto Teresa?

Roberto era lì da mezzora ed il suo accompagnatore riapparve sulla porta. Si ridestò dai suoi pensieri, si risollevò da quella posizione e dopo un ultimo sguardo al balcone fiorito, rientrò nella stanza per avviarsi all’uscita.

In quel preciso momento Teresa si affacciò per lavare i vetri che erano già puliti.

7 Commentia“Ah l’amore, l’amore! II Parte”

  1. Darei non so cosa per ritornare all’età del Roberto ragazzo, perchè i primi sospiri d’amore restano impressi nel cuore e nella mente per tutta la vita.
    Credo che tutti abbiamo attraversato quei momenti e a me questo ha consentito di apprezzare la freschezza genuina di questo racconto che ho condiviso con mio figlio sedicenne il quale si è limitato semplicemente a sorridere sornione e non ha mancato di lanciarmi la frecciata: “Che pateteci che eravate voi a quell’età!”.
    E sì, eravamo patetici, forse, ma che poesia! Grazie di questa emozione

  2. La ricerca antropologica e archeologica, coadiuvata da sofisticatissimi congegni di misurazione e di valutazione, ci conferma oggi che circa centomila anni fa la Terra era abitata da varie specie di umani. Per quanto potenti e resistenti possano ancora essere i nostri pregiudizi culturali, religiosi, ideologici, estetici, oggi la scienza ci induce a credere che i ritrovamenti ossei del cosiddetto «Homo erectus» o dell’«Homo neanderthalensis», benché molto simili a quelli degli attuali «gorilla», sono in realtà resti di esseri umani. In breve, si tratta di fratelli dell’«Homo sapiens», da cui noi tutti discendiamo, e dunque di nostri fratelli. Tutte queste specie si sono estinte, tranne la nostra. Come mai? Non solo siamo sopravvissuti, ma siamo anche diventati i signori del pianeta. Cosa ha l’«Homo sapiens» di tanto speciale? La scienza della cultura dà una risposta anche a questi interrogativi. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione. Siamo gli unici animali che possono parlare di cose che esistono solo nella nostra fantasia. Questo povero «Homo» sopravvive ed è «sapiens», appunto perché solo lui riesce anche a credere alle storie che da sempre si racconta.

  3. Splendido questo racconto, assai verosimile stante la forza narrativa che esprime ed i particolari che lasciano intendere che non si tratta di immaginazione ma di fatti realmente accaduti.
    Peccato che non sia stato pubblicato in almeno tre o quattro puntate per poterlo gustare meglio, infatti non è facile leggere al computer.
    Veramente complimenti vivi all’autore.

  4. Scommetto che la vicenda si sia conclusa con il matrimonio di Roberto e Teresa”, alias Enzo e La Peppa” e con la nascita di due splendide figlie.
    E già, perché il Dottor Enzo non la da a bere nè a me nè a tutti coloro che lo conoscono. Lui si diverte a romanzare le emozioni e, per nostra fortuna, dalla sua fantasia escono storie straordinarie che ci rallegrano e ci tengono compagnia.
    Vera o di fantasia che sia la storia narrata, conta il piacere che ci procura la sua freschezza e la sua tenerezza. Grazie

  5. Carlo Cochi // 2 febbraio 2015 a 18:11 // Rispondi

    Bello e triste allo stesso momento, ma a mano a mano che andavo avanti nella lettura alla commozione si è aggiunta anche una punta di divertita curiosità circa la conclusione della vicenda. Ma io ho un po’ la coda di paglia perchè a sedici anni anche io ero in collegio a Bologna e posso capire il tormento e l’ansia del mio coetaneo Roberto.
    A conti fatti, anche io sono dell’avviso che la storia di Roberto sia autobiografica ma si tranquillizzi l’autore: peccato non è.

  6. Un racconto bello e romantico, forse d’altri tempi, ma dopotutto l’animo umano è sempre uguale e perciò spero che anche i ragazzi di oggi possano avere queste belle emozioni. Bravo l’Autore
    Ciao Enzo

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