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Charlie Hebdo e le voci dal mercato

imageHanno i banchetti al mercato, gestiscono negozi di frutta e alimentari, emporietti di casalinghi, bancarelle, soprattutto libri usati, e nel nostro quartiere, intorno a piazza Bologna, ce ne sono molti. In maggioranza maghrebini, talora qui da anni, ormai fanno parte del tessuto urbano ed è facile attaccare discorso, anche per il loro temperamento simile al nostro (in fondo sono mediterranei come noi). Li conosciamo, io personalmente ne conosco molti e mi piace parlare, confrontarmi con la loro cultura, ascoltare per esempio Abdul quando mi parla del Ramadan o del significato coranico di un termine oggi più mai controverso: “Jihad”, che per taluni significa imbracciare un Ak-47 o usare un machete per uccidere gli infedeli. E allora mi viene spontaneo, dopo i tragici fatti di Parigi, voler ascoltare la voce di tutti gli Abdul della zona e capire cosa provano, dato che i terroristi hanno una matrice islamica.
Come immaginavo – e speravo – la condanna è unanime, perché uccidere nel nome della religione, qualunque religione, è peccato. Così mi rispondono tutti e però avverto una certa sfumatura fra le righe, non riserva, che potrebbe risultare quasi una giustificazione, bensì un che come di larvato rimprovero. Ed è esattamente simile a quanto avvenuto ad “Agorà”, la trasmissione televisiva, dove gli islamici di Padova al cartello di solidarietà esposto un po’ ovunque nel mondo “Je suis Charlie”, preferivano un altro, “Je suis avec Charlie”. E’ un sottile distinguo che pochi hanno compreso nel suo reale significato, a cominciare dai leghisti e dalla destra che sbraitano su milioni di islamici pronti a sgozzarci nel sonno. Molto semplice, uno sgarbo, chiamiamolo così, in quanto ciò che per noi ha solo il sapore della satira, per la loro cultura è offesa, peggio: un atto blasfemo che può causare (ed ha già causato in Europa e altrove) serie conseguenze.
Ma il nostro è un errore antico, quello di rapportarci ad altre culture in una prospettiva squisitamente occidentale, nei modi e nei tempi, senza un approccio critico in senso antropologico (come insegnava il grande De Martino). La storia non sembra averci insegnato molto, vedi le aberrazioni del colonialismo, e sarebbe davvero ora di fermarsi un attimo a riflettere. Non è questione di libertà di stampa bensì di trovare la giusta prospettiva nell’affrontare temi così complessi come quelli che mettono faccia a faccia una società binaria come la nostra, dove società civile e potere religioso sono scissi, ed una società monolitica come quella islamica nella cui costituzione è inserita la Shari’ah, la legge coranica. Dunque due realtà, una essenzialmente laica e l’altra con un fondo teocratico, dove, non essendoci una gerarchia come la nostra chiesa cattolica, la regola o Sunna viene interpretata dai vari imam. E così il termine Jihad, che può significare sia “dentro” (elevazione religiosa) che “fuori” (lotta agli infedeli).
Un vecchio detto recita ”Gioca coi fanti ma lascia stare i santi” e non credo abbia bisogno di commenti, qui calza in pieno, ovvero: a differenza di noi per gli islamici senso religioso e identità nazionale sono praticamente la stessa cosa e, dunque, fare la satira su Maometto è come, in un certo senso, offendere la bandiera. Dunque niente satira? No, assolutamente, ma bisogna tener presente la “prospettiva” (e il buon gusto, certo), dunque non l’attacco frontale, che può scatenare reazioni negative, come purtroppo è successo (e temo succederà ancora), ma azioni di disturbo che, alla lunga, possono produrre effetti, lanciando un ponte a quanti, all’interno del mondo islamico, si stanno adoperando affinché non si disperdano i frutti (ancora acerbi, anche troppo) della “primavera araba”. Quello che bisogna evitare è lo scontro di civiltà che, per un paese come la Francia, con al suo interno milioni di islamici, sarebbe una catastrofe.
Nel mondo anglosassone è di regola non fare satira sulle cose di religione e non è cosa sbagliata, anche se ciò, in questo momento, non esclude il rischio attentati, anzi. E qui bisogna, ancora una volta, sottolineare l’insipienza dell’Occidente nel come ha affrontato il problema che è esploso dopo l’invasione dell’Iraq e l’inutile guerra afghana (e mettiamoci pure Falluja, Abu Ghraib, Guantanamo). Egitto, Libia, le effimere “primavere arabe”, tutto stando alla finestra o solo intervenendo militarmente o neanche questo, come nel caso della Siria, dove si è inserita la componente integralista. E, improvviso, il Califfato, da un giorno all’altro, con tanto di esercito e soldi e il terrore che abbiamo visto in diretta. Ma l’intelligence dov’era? Così il fondamentalismo dilaga, Isis, Al Qaeda, Al Nusra, Boko Aram, uniti nella Jihad totale contro l’Occidente corrotto. Che fare?
Educazione e repressione, cioè dialogo con le comunità islamiche nel rispetto reciproco e lotta con ogni mezzo a queste sette di fanatici che, per un musulmano devoto, non sono “Shahid”, martiri nel nome di Allah, ma assassini (per quanto riguarda l’Isis non bastano i bombardamenti Usa e il valore dei peshmerga, occorrono truppe di terra). E, se in Francia e altrove l’allerta è alta, qui sembra che il problema non sia molto sentito e basta vedere Alfano che parla in un Montecitorio quasi deserto per rendersene conto. Né l’opinione pubblica sembra granché impressionata e speriamo fili tutto liscio, sempre che non ci pensino Salvini, Borghezio e soci a fare casino. E magari Calderoli, con un’altra maglietta…

27 Commentia“Charlie Hebdo e le voci dal mercato”

  1. Tutti gli Abdullah che sbarcano il lunario con la loro povera mercanzia hanno una priorità: la pagnottella per loro stessi e per la famiglia lontana. Probabilmente vengono dai Paesi più poveri del mondo e poco masticano di questioni teologiche e tuttavia all’ora della preghiera si inginocchiano, no, si prostrano, per obbedienza e per fede.
    Io non so quanto siano consapevoli di ciò che accade ad opera dei loro compagni di fede in armi contro il mondo occidentale e contro le loro stesse fazioni, e non so nemmeno da che parte si chiererebbero in caso di chiamata, ma so per certo che la loro priorità non è quella di ammazzare gente innocente, bensì quella di sopravvivere sfidando gli inconfessabili sospetti che forse affiorano in coloro che si fermano dinanzi al loro banchetto per comprare la borsetta taroccata.
    Il resto?
    Purtroppo di attentati e di stragi ne vedremo ancora perchè è nell’ordine delle cose e tu, Direttore, hai ben spiegato le ragioni. Se trattasi di guerra santa, guerra santa sarà, purtroppo, e l’assenza nell’Islam di un unico centro guida, simmetrico e speculare a quello cattolico, non aiuterà la pacificazione.

  2. Caro Enzo, la situazione è molto fluida ed occorre attenzione, certo, ma anche interrogarsi, noi, mondo occidentale, su cosa significa democrazia intesa come libertà. Quali sono i suoi limiti, soprattutto quando ci si confronta con culture che non hanno avuto – e per la massima parte continuano a non avere – un processo storico simile al nostro? Un po’ di autocritica che non significa censura, ma maggior lucidità di giudizio per essere quanto meno credibili quando si dialoga con il mondo mediorientale. Non dimentichiamo che il terrorismo è foraggiato qui, dalle componenti salafite di quella multiforme galassia che è il mondo islamico (sunniti, sciiti, wahabiti, salafiti, ismailiti), cui purtroppo, come sottolinei anche tu, manca un centro guida. Soluzioni? Quella diplomatica e, in parallelo, quella militare, ma non è facile, sia per l’ambiguità di talune nazioni arabe (vedi Arabia Saudita e Qatar), sia perché troppo tardi si è iniziato a combattere con le armi il terrore fondamentalista, che ormai dilaga ovunque. A questo punto mi auguro che intervengano anche i lettori ed esprimano il loro parere su una questione che ci riguarda tutti, nessuno escluso. O chiedo troppo?

  3. Condivido quanto bene esposto dal direttore. Aggiungo che stante la iconoclastia presente nella religione islamica, la rappresentazione di Maometto diviene una trasformazione particolarmente forte che noi occidentali non soppesiamo a sufficienza.

  4. Sono consapevole che la libertà di stampa debba essere tutelata senza se e senza ma, e mi meraviglierei molto se proprio nella patria di Voltaire si consumasse questo vulnus, ma la seconda copertina del giornale satirico è stata, secondo me, una inutile provocazione dettata, forse, dall’entusiasmo della redazione per il quasi unanime consenso e solidarietà ricevuti per la prima, quella che ha provocato il …botto.
    L’adrenalina per quei due milioni di dimostranti deve aver fatto un brutto scherzo all’editore e al direttore.
    Non ne ho capito la finalità e temo ci sia stata un’overdose di narcisismo.

  5. filippo peruzzi // 19 gennaio 2015 a 19:43 // Rispondi

    ho letto o sentito , non ricordo bene , da qualche parte che Isis nella sua avanzata , cura molto bene la gestione dei pozzi di petrolio che incontra sulla sua strada . Il petrolio viene regolarmente venduto e c’è sempre chi naturalmente se lo compra . Non voglio , per carità. giustificare la violenza o altro , ne ho scritto questo a parziale giustificazione di Isis , ma aggiungere un motivo in più di discussione su questo fenomeno di terrorismo . Hai ragione , direttore ,quando dici che questi popoli sono poverissimi e nulla si fa per aiutarli sul serio sul posto ; laggiù abbiamo portato solo guerre e non aiuti concreti e forse qualcuno di loro comincia a rendersi conto che i piedi camminano su fiumi di petrolio (ricchezza) che altri si godono .

  6. Caro Direttore, il tuo articolo evidenzia bene le differenze culturali tra il nostro mondo occidentale e i musulmani. Fausto Gianfranceschi scrisse a proposito dell’ironia: “Chi ride senza malizia è vicino a Dio”, ma Umberto Eco ha incentrato il suo romanzo “Il nome della rosa” sul rifiuto da parte dell’assassino Padre Jorge ad accettare la risata. Noi non ce ne rendiamo conto, ma c’è una guerra in atto. E la prudenza dovrebbe spingerci a rispettare la religione, di qualunque fede si tratti.
    Nica

  7. antonio mazza // 20 gennaio 2015 a 14:14 // Rispondi

    Cara Nica, mi hai ricordato un caro collega che non c’è più. Politicamente eravamo agli antipodi ma la cultura era il nostro comun denominatore, che ci faceva superare ogni punto di scontro. Perché la cultura (quella vera, non rimasticata dai media) è principalmente rispetto. E qui l’Occidente dovrebbe interrogarsi sul rapporto fra cultura e libertà e se l’uso che ne fa sia sempre corretto. Penso che un po’ d’autocritica non farebbe male, anzi, renderebbe più chiaro il concetto, e, per restare in tema, mi sembra che in Francia, dopo la nuova ondata di proteste nel mondo islamico, si stiano ponendo seriamente il problema. Continuare come prima significa solo fare il gioco dei boia dell’Isis.

  8. Sono molto perplesso sulla situazione attuale perché è estremamente complessa. Non c’entra solo la religione, molto sentita nel mondo musulmano e molto poco in quello cristiano, ma anche la politica intesa come gli interessi delle Superpotenze a pescare nel torbido, gli interessi economici delle multinazionali dell’energia, la pochezza dell’Unione Europea, gli Stati membri della quale pensano solo al proprio”orticello”.
    Sono perfettamente d’accordo sul comune pensiero che bisognerebbe dare uno stop deciso alle vignette e quant’altro risulti un insulto per l’Islam, ricordando che nei paesi occidentali nessuno farebbe una guerra santa per vignette sul Papa o su San Pietro, ma per vignette omofobe o antifemministe o abortiste/antiabortiste, per citarne qualcuna, si sono scatenate guerre mediatiche che hanno fatto morti e feriti.
    Intanto distinguiamo tra Islamici e Islamisti. Gli Islamici non sono un pericolo, gli Islamisti si. Con l’atteggiamento alla Carlie Hebdo, rischiamo un travaso di forze a favore degli Islamisti, basta vedere quello che sta succedendo in questi giorni nel mondo.
    Gli Islamisti vanno invece combattuti e non coi droni e/o i bombardamenti dall’alto.
    “Morire per Danzica?” chiedeva alla fine dell’ agosto 1939, dalle colonne del suo giornale e dal suo seggio del Parlamento di Parigi, il deputato socialista Marcel Deat. Sappiamo tutti come poi è andata a finire.
    “Morire per Mosul?”

  9. Ho letto con attenzione tutti i commenti perché ci sono molti spunti su cui riflettere. Vorrei solo aggiungere che in democrazia la libertà personale non è illimitata, ma termina dove inizia quella degli altri e inoltre il codice penale sanziona l’insulto.
    In Francia c’è una fortissima tradizione laica perché la sua storia secolare ha visto molte volte massacri in nome di dio: quelli degli Albigesi , la strage di San Bartolomeo , la Vandea. Questo però dovrebbe far riflettere razionalmente se non sia il caso di usare il buon senso, non per censurare quello che si scrive, ma nella scelta del modo più opportuno per fare satira.
    Il direttore molto opportunamente ha ricordato che le differenze culturali vanno rispettate a questo si aggiunge un fatto ineludibile: gli stati in cui c’è la cultura islamica o sono stati direttamente colonie, vorrei ricordare che in Algeria durante la rivolta i Francesi hanno ucciso circa un milione di Algerini, o lo sono diventati con il “mandato”, dopo il 1918 con lo smembramento dell’impero turco. Inoltre per fare un esempio, in Iran la democrazia laica-liberale di Mossadeq è stata rovesciata perché voleva farsi pagare il petrolio ad un prezzo equo, così lo Scià ha preso il potere con l’aiuto della CIA.
    Senza aggiungere gli altri molteplici esempi non c’è nulla di strano se chi ha subito le sopraffazioni delle multinazionali, vive in povertà e non vede prospettive nel futuro sia pieno di odio. Non è un caso che i foreign fighters (combattenti esteri)provengano dalle diverse periferie povere dell’Europa.
    Vorrei però aggiungere che la lotta al terrorismo così sbandierata è più propaganda che sostanza perché non prevede di colpire uno strumento indispensabile: il flusso denaro.
    Si è detto che vendono il petrolio, a chi ? Come ? Con quali intermediari ? E le armi ? Il denaro che serve non può essere in contanti, deve transitare attraverso canali finanziari, quali e come ?
    Si sa benissimo che per la “copertura” documenti falsi etc., armi, il canale sono le varie mafie, che sono sempre presenti dove c’è da guadagnare (Saviano) e usano i loro canali di riciclaggio.
    Mi sono soffermata a lungo su questo punto perché questo significa che dovrebbero essere ripristinati i controlli sul denaro, ma questo, in nome del libero mercato, avrebbe l’opposizione di banche e finanza, che sono i migliori alleati della malavita e quindi anche del terrorismo: IL NEMICO è IN CASA MA NON SONO GLI IMMIGRATI !!

  10. Grande Maurizio!

  11. Non sarebbe male se la lettrice Daniela spiegasse il legame che intercorre tra l’attentato di Parigi ed il petrolio,nonchè tra l’attentato e tutto il resto.
    L’elemento religioso, causa scatenante, mi sembra allora che non c’entri nulla.
    Ma forse è meglio lasciar perdere le spiegazioni.

  12. filippo peruzzi // 21 gennaio 2015 a 20:20 // Rispondi

    Parole sante …. ops ,forse dato il periodo meglio dire ben detto cara Daniela e forse è meglio spiegare un po il contesto come dice Rosario .

  13. per quanto riguarda il petrolio chiarisce molto il seguente articolo:
    http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/11727952/Petrolio–il-gioco-al-ribasso.html

  14. Maria Teresa // 21 gennaio 2015 a 21:57 // Rispondi

    Non voglio entrare nel complesso intreccio fra religione e politica dal passato ad oggi (ci vorrebbero volumi e non un breve commento), ma relativamente agli ultimi fatti di Parigi, pur essendo fortemente convinta della necessità di tutelare la libertà di stampa, mi sono più volte chiesta in questi giorni se è anche necessario porsi dei limiti. Mi trovo quindi d’accordo con Daniela sul fatto che “in democrazia la libertà personale non è illimitata, ma termina dove inizia quella degli altri”. Le riflessioni di Papa Bergoglio, sul volo di rientro a Roma, in fondo andavano in questa direzione: il rispetto degli altri, della loro diversità, della loro religione, della loro sensibilità (suscettibilità)…. Certo ha un po’ esagerato con l’esempio del pugno (non è l’evangelico “porgere l’altra guancia”!) ma in fondo mi sono ritrovata d’accordo, in linea di principio, sulla necessità del rispetto dell’altro e quindi sulla necessità di porsi dei limiti.

  15. L’articolo citato da Maurizio è interessante per capire alcune cose circa il “funzionamento” del mercato del greggio e le manovre che vengono poste in essere sul costo del barile per condizionare lo scenario legato alla catena estrazione-trasporto-raffinazione-stoccaggio-distribuzione e, quindi, il costo iniziale e quello finale.
    Capisco perfettamente il senso delle manovre per la determinazione del prezzo in un’ottica “sana” stabilita dalle leggi del mercato, ma questo vale non solo per il petrolio ma per tutte le materie prime, grano, pomodori e arance comprese. Il problema sta, dunque, altrove, per esempio nella concentrazione e localizzazione del greggio in Aree del pianeta che già hanno lacerazioni insanabili fra di loro. Quella tra Sunniti e Sciiti (Srabia Saudita e Iran), con ricadute annesse e connesse, è la più evidente.

  16. Mi spiego, il terrorismo è una strategia di guerriglia cioè di guerra.
    Qualunque guerra per essere fatta ha bisogno di soldi e molti, è un lusso crudele e feroce ma è un lusso. Ecco perché il fatto che l’Isis abbia messo le mani su i pozzi di petrolio, lo raffini in Siria e lo venda e inoltre riceva finanziamenti dagli emirati è fondamentale per questa guerra. E’ un esempio, un altro ? I talebani in Afghanistan si finanziano con l’oppio, in cambio di armi etc. Per fare circolare questo fiume di denaro sporco ci vogliono le mafie che lo ripuliscono, forniscono armi, documenti falsi e tutto quello che serve. La mafie possono mandare avanti tutti i loro traffici illeciti grazie alla complicità delle banche e della finanza. Per chi vuole vedere in faccia la realtà c’è il libro di Moisés Naim, ex direttore esecutivo della banca mondiale che ha scritto nel 2004 Illecito, Come trafficanti, falsari e mafie internazionali stanno prendendo il controllo dell’economia globale o Shock economy del 2007 di Naomi Klein. Si trovano anche nelle biblioteche comunali. Buona lettura..

  17. Cito Daniela: La mafie possono mandare avanti tutti i loro traffici illeciti grazie alla complicità delle banche e della finanza. Verissimo. lasciando perdere l’oppio che ha una sua “strada” particolare, mi chiedo: chi è che compra benzina ed ogni altro bene di consumo cercando il prezzo più basso, senza minimamente pensare perchè costa poco? Non è che anche noi tutti siamo un po’ complici?

  18. Caro Antonio,
    sono perfettamente d’accordo. La libertà di espressione è sacrosanta ma non è una libertà assoluta e al di sopra di tutto.

  19. Leggendo tutte le considerazioni sopra,e non addentrandomi in discorsi cosi qualificati,in maniera molto semplice mi pongo e pongo una riflessione.
    A muovere tutto questo,credo che non siano semplicemente le differenze culturali o religiose ma altro forse occulto che muove i fili di tutto questo sotto il profilo economico e di potere scaturente
    La religione o le sue diversità non possono creare tutto questo,ma una cosa vorrei dire sul rispetto delle differenze culturali o religiose: vi pare che loro facciano altrettanto verso i nostri paese?..Non mi sembra anzi vogliono imporci tutto e questo non mi appare sensato ai fini di un corretto equilibrio altrimenti vi è solo soccombenza e sopraffazione .Ma al di la di tutto credo come per tutte le cose in medio stat veritas

  20. Caro direttore sono completamente d’accordo con te trovo il tuo atticolo giusto e bello dal punto di vista culturale e umano…questo mondo e fatto di bellissime diversita ad oggi la convivenza risulta “poco facile”e la parola liberta e difficile da gestire certo satebbe bello che un giorno la liberta incontrasse il “rispetto” Alessandra

  21. Ho letto con attenzione l’articolo e tutti i successivi commenti.
    i nostri Abdullah dei quali parla il Direttore sono probabilmente diversi dagli Abdula di Francia Gran Bretagna, sicuramente costretti da una serie di regole da rispettare rigorosamente.
    Senza nulla togliere al rispetto dovuto ad ogni essere umano che umanamente cerca di migliorare la propria situazione economica, mi sembra che il Direttore sottovaluti due cose:
    - il “levantinismo” (termine non a caso indicante un modo di pensare tipico dei paesi islamici del medio oriente – magherb) che ci deve far pensare che , talvolta, le parole dette dal Levantino non corrispondono a quanto realmente si pensa. Pensa forse il Direttore che il venditore di frutta sotto casa dica :” si sono d’accordo con chi ha sparato su Charlie” ? Mi sembra francamente ridicolo, oltre che improbabile; ma, e qui sta il punto, come si fa a capire cosa DAVVERO pensa l’Abdullah che ci vende la frutta o ci fa la pizza (ormai meglio dei pizzettari italiani) ?
    La distanza tra le nostre culture è troppo grande e, a rischio di sembrarvi ignorante dico : ” si sono mediterranei anche loro , ma essere mediterranei prima dell’illuminismo era una pura realtà (Jordi Savall insegna), esserlo allo stesso modo dopo Voltaire non è possibile…..
    - la globalizzazione ha indotto una vicinanza finora sconosciuta. mentre per secoli gli europei che andavano nei paesi del medio oriente o del nordafrica (e viceversa) erano gli individui migliori e più intraprendenti (mercanti, artisti, scenziati, viaggiatori, avventurieri, ecc…) , oggi è forse la parte della popolazione meno istruita dei paesi islamici a venire in Europa alla ricerca di una vita migliore.
    E qui sta il punto. La nostra Europa di oggi, grazie all’illuminismo, alle rivoluzioni (francese, inglese, americana) e soprattutto al luteranesimo è una Europa che si è scrollata di dosso i fardelli oscurantisti della superstizione, del completo affidamento ad un dio qualunque arbitro delle vite umane.
    E allora, non sopporto tutti quelli che dicono : ” si vabbè, ma con le vignette hanno esagerato”, le religioni non si offendono”; ” gioca con fanti e lascia stare i santi” , ecc ecc.
    Le vignette pubblicate non offendono, non denigrano, e, anche se lo facessero, l’offesa non è nella vigntta, ma negli occhi (appannati dall’ignoranza) di chi guarda !
    Io nel mio mondo voglio poter sorridere, o arrabbiarmi, per una vignetta senza la paura che qualche barbaro possa sparrami.
    Le offese possono essere oggetto di denuncia all’autorità civile, non di attentati !
    E se nei paesi islamici l’autorità civile si identifica con quella religiosa, ebbene, allora, non vi è possibile dialogo.
    Nessuno dei commentatori ha fatto cenno ad un altro elemento che ritengo importante: quello della reciprocità:
    perchè se io vado in Siria , Giordania, Egitto, Marocco (come sono stato per esperienza personale) oppure in Yemen, (dove mi piacerebbe tanto andare) io devo rispettare gli usi e costumi locali, e qui da noi , invece, gli islamici (cittadini francesi e non) non devono rispettare i nostri usi e costumi, compresi quelli relativi alla satira sui giornali ?
    Ci siamo dimenticati di quante vignette (dal giornale ” Il Male” in poi) hanno scherzato sul Papa o su Gesù (che, sulla croce si lamentava della democrazia cristiana ??? Ebbene i Papisti si sono offesi, hanno talvolta manifestato (in ogni caso con il viso scoperto) , ma non hanno sparato a nessuno ! E se qualche ultra antiabortista ha addirittura sparato (come ha detto qualcuno degli intervenuti al dibattito), ebbene ciò ha costituito oggetto di processi penali a carico di qualcuno che la gran parte del mondo cristiano ha definito un assassino; d’altra parte invece, quelli che oggi hano sparato sono stati “benedetti” da migliaia di persone che hanno manifestato in una decina di paesi islamici , e questo è intollerabile !
    Per quanto riguarda le possibili soluzioni, sarei stupido e presuntuoso se dicesi di averle…
    Intanto non so se davvero soluzioni esistano, almeno fino a quando non avremo un Voltaire mulsulmano, un Thomas Jefferson maghrebino, un Lutero arabo…….e francamente la vedo lontana.
    Per “mettere una pezza” , intanto nell’immediato alla paura che sta prendendo gran parte delle città dell’Occidente, intanto:
    - Cultura (una bella trasmissione di Radio3 si intitola “Più cultura meno paura” , dunque scuole (magari anche musulmane, ma dove il Corano si interpreti , come la Torah, e non si impari solo a memoria come nelle madrasse di Damasco (viste con i miei occhi); giornali, televisioni fatte da noi, magari in arabo , senza lasciare il monopolio della cultura a Al Jahzeera
    - Intelligence (non sono per principio contrario agli omicidi mirati (Al Zahiri, al Baghdadi, e simili non sono molto distanti da Goebbels, Himmler, e compari), e poi azioni organizzate al fine di impedire sul nascere eventuali azioni violente
    - azioni militari con il minor dispendio (e rischio) possibile per i soldati dell’Occidente

  22. Caro Massimo, lungo e soprattutto polemico il tuo commento, ma va bene perché la polemica è il sale della dialettica. Essendo stato chiamato in causa rispondo ai vari “capitoli” del tuo intervento.
    1) Quando si parla di “levantini” s’intende generalmente l’area che va dall’Egitto alla Turchia e in parte la Grecia, ma estendiamo pure a tutto il Maghreb. Dici che i miei Abdul fingono? Forse, ma non quelli che conosco io perché negli anni si sono romanizzati: nella forma (un po’ ironici, un po’ cinici, come siamo noi Quiriti), anche se non nella sostanza, islamici praticanti (durante lo scorso Ramadan, un caldo infernale e loro lì al mercato senza mangiare e bere: li ho ammirati).
    2) Citi Jordi Savall, grande musicista, il quale ha attinto al patrimonio melodico di al-Andalus, la Spagna araba, sonorità che hanno inciso nel medioevo musicale europeo. E non dimentichiamo il contributo islamico nell’èra di mezzo, Averroè, Avicenna, i matematici e cartografi arabi, gli splendori della Sicilia fatimida (Siqilya), dove le tre religioni abramitiche convivevano in pace e, infine, i Sufi, che hanno influenzato le tematiche dell’Amour Courtoise, l’Amor Cortese (e forse anche Dante). Una cultura ricca, destinata a ripiegarsi su se stessa con il sovrapporsi della meno raffinata cultura ottomana.
    3) Certo, l’Illuminismo, che neanche ha sfiorato una società i cui unici punti di riferimento sono così diventati il Corano e la Shar’ia. Una società statica, ma l’Occidente non ha fatto molto per dialogare, vedi il colonialismo ed i vari intrallazzi delle multinazionali o della Cia e affini. Salvo sostenere élites corrotte al potere ignorando completamente le masse arabe, lasciate all’arbitrio di imam più o meno fanatici, con i risultati che vediamo oggi.
    4) La globalizzazione ha toccato solo in superficie il mondo arabo ed islamico in generale ma dentro, come interscambio antropologico e culturale, è penetrato poco o nulla. Non si è riusciti ma, soprattutto, non c’è stata volontà di scalfire quel vischioso conglomerato religione-società che rende quasi tutti i paesi teocrazie più o meno velate (secondo si tratti di sunniti, sciiti, wahabiti, ecc.).
    5) Non c’è reciprocità, vero, qui edifichiamo moschee, lì guai a solo parlare di chiese. Bisogna pretenderla ma anche essere noi, Italia, più fermi, non sempre così aperturisti (il fatto, com’è accaduto, che non si faccia il presepe per non turbare il sentimento dei bambini islamici mi fa solo incazzare. Ognuno la sua tradizione).
    6) Di sicuro non è con vignette alla Charlie Hebdo che si tesse un dialogo già di per sé abbastanza difficile, soprattutto se pensiamo a cosa fermenta nelle banlieues parigine. E poi, a prescindere dalla (per noi) anomalia islamica, religione-stato, il credere, la fede in sé, è un fatto intimo, troppo intrinseco all’individuo, così che attaccarla diventa spesso un’offesa personale. E, poi, ci sono dei limiti di buon gusto, leggiti l’articolo della Mannoia sul Fatto Quotidiano: anch’io, non credente, mi arrabbio nel vedere una vignetta che il credente giudica blasfema (e qui si riferisce alla figura di Cristo).
    7) Ripeto quello che ho scritto nel mio articolo: educazione e repressione. Ovvero dialogo, perché la Storia la fa l’umanità intera, spesso male e tuttavia la deve fare, è il suo destino. Il dialogo è possibile con la parte meno islamizzata, che tende a separare i poteri, e l’occasione la offre la Tunisia, che della “primavera araba” ha saputo cogliere i frutti. Nella sua costituzione non si fa cenno alla Shar’ia, gli imam sono e restano nelle moschee, la società civile è un’altra cosa. Un’occasione storica da non perdere.
    7) E chiudo. Per la repressione controlli più serrati all’interno dei vari paesi e lotta senza quartiere all’Isis, ma non solo, perché, come abbiamo vista, la galassia fondamentalista è diffusa ovunque. Si renda onore ai Peshmerga curdi che difendono i nostri traballanti valori occidentali (forse sarebbe sarebbe il caso di rivederli un po’) e tuttavia non basta distruggere Isis e affini, sterminarli prima che loro sterminino noi, bisogna anche impostare una politica diversa nei confronti del mondo islamico nel suo complesso. E questa è e sarà la cosa più difficile, perché troppo odio è maturato nel tempo. Troppo.

  23. No caro Totò, io non sono proprio d’accordo!
    Bello questo dibattito, molto politicamente corretto e su toni moderati; ma sarebbe possibile in una società islamica (non islamista)? e sarebbe possibile a casa di Abdul? e sarebbe possibile per la sorella di Abdul dire a casa “vi presento il mio ragazzo che si chiama David”?
    Certo, non lo nego, anch’io sarei molto preoccupato se mio figlio si presentasse a casa dicendo “mi voglio sposare con Rachida”, considerando le profonde differenze culturali, ma poi non lo defenestrerei dalla famiglia, etc. etc.
    Vedete, la cosa terribile di questo 7 gennaio francese è stato il profondo rimescolamento delle coscienze: ci ha obbligato tutti a fare i conti con le nostre convinzioni, quelle più profonde. Alcune a riscoprirle all’improvviso, altre a riconsiderarle.
    Le parole chiave “confrontarci, atto blasfemo, nostro errore antico, riflettere, aberrazioni del colonialismo, buon gusto, rispetto reciproco” sono molto belle (lo dico sul serio) ma sembrano celare una nostra profonda debolezza culturale: il fatto di non essere più capaci di essere realmente convinti dei nostri principi. “Abbiamo” questo maledetto senso di colpa di essere gli occidentali colonizzatori, inquinatori, ipertecnologici, assassini di alberi, di animali e di uomini, corrotti, evasori fiscali, etc.
    Questo mi ricorda tanto il complesso di colpa di essere stati comunisti, e poi abbiamo visto come è andata. E’ molto probabile che finisca così anche questa volta.
    Ma io questi complessi di colpa non li ho, così come non ho quello di essere stato comunista (italiano).
    Le vignette di Charlie Hebdo non mi piacevano affatto, così come, in generale, non mi piace la satira che vuol far ridere solo con la volgarità. Ma erano vignette, ed erano scritte su carta. E bruciare la carta o sparare su chi la inchiostra mi evoca vecchi incubi contro i quali mi batterò sempre in modo fermissimo.
    Io sono Charlie voleva dire semplicemente Io sono libero di esprimermi e voglio continuare ad esserlo: è ovvio che questa sottigliezza non potesse essere colta da chi si sentiva offeso nel proprio credo religioso. Ma chi si sente offeso nel proprio credo religioso, di solito “da noi” denuncia la cosa alla magistratura, non spara o manda centinaia di migliaia di persone in piazza.
    Il mondo occidentale, sì, ha massacrato il mondo e continua a farlo per poter consumare la sua sproporzionata quota di ricchezza. Ma io, molto banalmente, faccio parte di questo mondo, di questa baracca pericolante e vorrei continua a farne parte. Così come, per salvarla, non credo che serva lo scontro di civiltà, non credo neppure che sia utile mostrarsi complessati, deboli, poco convinti di sé.
    Noi siamo noi, loro sono loro: dialogo sì, integrazione nì.

  24. antonio mazza // 28 gennaio 2015 a 20:17 // Rispondi

    Caro Luca, è proprio lo scontro di civiltà che bisogna evitare perché sarebbe una catastrofe per tutti. Come fare? Noi siamo noi con quel nostro antico complesso di colpa che ci fa diventare troppo permissivi (vedi il nostro garantismo, spesso esagerato, diciamolo con franchezza) e loro sono loro, con quell’assolutismo socioreligioso che mal si adatta all’integrazione. Eppure bisogna confrontarsi, è un dialogo fra “diversi”: difficile ma imprescindibile in questo mondo globalizzato. E bisogna farlo ora, perché l’Isis è un pericolo non solo per noi ma per lo stesso mondo islamico. La Tunisia secolarizzata è un buon punto di partenza per il dialogo.

  25. Un dialogo fra diversi, il confronto può solo aggiungere qualcosa in più… mi sento piccola a scrivere di questo, posso solo dire la mia perché lo stupore e lo sdegno è tanto ed a volte condividerlo fa sentire più leggeri…Io italiana con le mie convinzioni, con le mie tradizioni non posso, attraverso il comprendere, giustificare certi eventi perché mi viene da pensare alle persone, a quei padri, figli, fratelli, di lavoratori che non ci sono più…parliamo di satira, scostumata, scandalosa, ma è pur sempre satira…e lo stesso sottolinearlo sembra dover dare una giustificazione a quello che è accaduto. Io sono un Charlie nel senso che hanno dato in molti, nel senso che credo nella libertà di pensiero, di stampa, nel confronto. E’ un giornale che si può scegliere di non comprare. Sarebbe stato diverso se fosse entrato nelle case con l’obbligo di lettura, allora si potrebbe parlare di mancanza di rispetto…idee diverse, posizioni diverse, ognuno con la sua convinzione talvolta presuntuosa. L’isis oggi ne ha fatta un’altra…ancora terrore, ancora paura, ancora estremismo. Cercavano “solo” uno scambio, un punto di vista interessante. Che senso si da alla vita? E all’essere umano? Che bellezza si da al vivere? Ancora stupido e velenoso fanatismo…Quanto si perdono! Non diciamo che sono coraggiosi perché con un’arma in mano si assume subito il potere. Si ha coraggio quando si afferma la propria convinzione senza paura di giudizio, senza presunzione, senza armi. L’isis è un pericolo per tutti perché è come un matto con le bombe in mano che, con le sue ragioni, non fa differenze…

  26. Caro Antonio, è vero, questi popoli sono poverissimi e nulla si fa per aiutarli, magari portando il lavoro in quei territori e non le guerre come sta avvenendo.
    Anche io mi associo al coro unanime di condanna per ciò che è accaduto a Parigi, perché come tu dici non si può uccidere in nome di una religione, qualunque essa sia, è sbagliato profondamente.
    Pensare che la satira, in nome della loro cultura è un’offesa o uno sgarbo è ugualmente, a mio giudizio, sbagliato.
    Da noi la si fa anche sul Papa e nessuno la critica, nelle democrazie occidentali è sempre esistita, certo, aggiungo, occorre dialogare con le comunità islamiche nel reciproco rispetto e lottare con ogni mezzo verso il fanatismo.
    Però mi chiedo, caro Antonio, perché abbandonano il loro paese musulmano?
    lasciano i loro paesi che definiscono benedetti da Dio in grazia dell’Islam e immigrano verso paesi da loro definiti puniti da Dio e abitati da infedeli.
    Emigrare per la libertà, per la giustizia, per il benessere, per l’assistenza sanitaria, per la tutela sociale, per l’uguaglianza davanti alla legge, per le giuste opportunità di lavoro, per il futuro dei loro figli, per la libertà di espressione, perché poi parlano di noi con odio e razzismo; noi credo abbiamo dato tutto quello che non avevano, quindi, devono rispettare tutti e soprattutto le leggi di quei paesi che li ospitano.
    Detto ciò, non è che voglio generalizzare perché sono tanti quelli che rispettano le regole, ma in nome di quei pochi fanatici, debbono aiutarci a combatterli.

  27. L
    La religione islamica ha una caratteristica storica ben specifica,
    quella cioè di essere assai più “rigida” ed univoca della nostra. Il detto coranico è intransigente, e credo che questo si possa dire senza offendere nessuno. La forza dell’Islam, e la sua straordinaria espansione in meno di quattrocento anni dai tempi di Maometto, è stata da sempre quella di credere senza riserve e senza i tentennamenti e le ipocrisie che religioni più “democratiche”, come ad esempio la nostra, consentono, lasciando peraltro spazio ad una sorta di “doppia coscienza” talvolta stupefacente (e qui penso alla processione del santo che si inchina davanti alla casa del capomafia, che certamente non è una perla di amore cristiano). Loro no. Un maomettano, proprio per la sua intransigenza, non avrebbe mai permesso che accadesse una cosa di questo tipo. Come stupirsi, dunque, se chi recita il Corano va su tutte le furie se lo si attacca sul terreno della fede?
    Proprio in ragione della sua straordinaria espansione troviamo fedeli di religione islamica un po’ in tutto il mondo. Ma qui si pone un problema: l’Islam non ha un Papa. Non c’è, nella religione islamica, un pastore con attribuzioni di universalità che guidi i fedeli nella lettura e nell’interpretazione delle Scritture, che, come tutti gli antichi testi sacri (inclusi i nostri) in alcuni punti sono indubitabilmente crudeli e violenti, e questo per l’ottimo motivo – e non è colpa di nessuno – che sono stati scritti in epoche crudeli e violente. Ne deriva che il senso della Lettura è affidato ogni volta a persone diverse, animate da intenti diversi e non sempre pacificatori.
    L’ultima considerazione è che, travolti dall’angoscia dei fatti, corriamo tutti indistintamente il rischio di fare di tutta l’erba un fascio. Giustamente è stato detto e ripetuto che non siamo di fronte ad una guerra di religione: si tratta piuttosto una guerra contro l’intolleranza e il fanatismo di alcuni che con la loro fede estrema ed ingenua coprono le lotte intestine di gruppi di potere locali e le manovre oscure di servizi segreti deviati e, chissà, forse anche gli interessi nascosti di altri Paesi. Certamente siamo costretti a difenderci; ma forse dovremmo anche astenerci dalla provocazione fine a se stessa, proprio perché la necessità di difenderci da qualcuno non debba diventare una guerra di tutti contro tutti.

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