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Ennio Calabria, pittore del mutamento

Che significa “essere testimone del proprio tempo”? Osservare, annotare, criticare, interpretare e poi tradurre in parole o in immagini la realtà che ci avvolge. Certo, è tutto questo o, almeno, tenta di esserlo in quanto sono saltati da tempo i parametri di valutazione, il corpo sociale non seguendo più uno sviluppo lineare perché frantumato in molteplici possibilità. Il normale ritmo di cambiamento si è accelerato negli anni in maniera esponenziale e il punto di cesura fra il “prima” e il “dopo” è  il diffondersi del web, la rivoluzione informatica che, mediata anche dai massmedia,  ha prodotto una graduale quanto irreversibile mutazione antropologica. E di questa diversità, peraltro drammatizzata da una preesistente crisi valoriale, di perdita di punti di riferimento, deve tener conto il “testimone”. Ma come, in quale misura interpretare un divenire che è un continuo punto di fuga? Esiste lo strumento culturale se non giusto almeno appropriato per penetrare nel nucleo segreto di questa sempre più vischiosa società liquida? La ricerca, il solo atto umano possibile, come da sempre conduce un pittore che, sfuggendo ad ogni etichetta di genere, ha  mantenuto una sua autonomia di linguaggio. Ed è appunto dell’uomo che si parla a Palazzo Cipolla, al Corso: “Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018”.

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Una mostra antologica che oltre ad essere un completo ritratto d’artista è anche un prezioso documento di costume, riassumendo in sé sessanta significativi anni della nostra storia.  Calabria si propose già all’inizio con una partenza “fuori moda”, come notava il critico Marcello Venturoli, perché in un contesto dove convivevano realismo (da Guttuso al realismo esistenziale di matrice milanese) e informale mentre stava maturando la pop art italiana, lui guardava all’uomo che cominciava ad essere condizionato dalla “velocità sociale”, come dichiarerà in seguito. Erano gli anni del boom economico, il ritmo collettivo subiva una brusca accelerazione, consumismo e società di massa imponevano le loro regole erodendo i vecchi valori. Quindi l’arte, filtro della sensibilità dei tempi, doveva esprimere una sorta di nuova antropologia ed ecco opere quali “Imponderabile nel circo”, “La città che scende”, “Quando viene l’estate”. In parallelo l’impegno politico che attraversa tutti gli anni ’60 (dai “Funerali di Togliatti” a “Lontano dal Vietnam”), ma si avverte pur sempre un senso di precarietà e, insieme, come di attesa che pervade la tela, impregnando le figure, i colori, la prospettiva d’insieme. E’ come un denso quanto fascinoso work in progress ed emblematiche risultano alcune opere di questi anni, “Ingrao”, “Ipotesi per un monumento equestre a Che Guevara”, “L’edile e la luna”.
Certamente Calabria si può considerare un figurativo (nel ’61, insieme a Vespignani, Attardi ed altri aveva fondato “Il pro e il contro”, alternativo all’arte informale), ma non in senso stretto. E ciò appare evidente nel corso degli anni ’70, anni di attenta ricerca introspettiva (“Frammenti a parete”, “Pantheon”) che si travasa negli ’80 assumendo una sfumatura nuova e più inquietante. V’è una trasformazione in atto e Calabria la recepisce da visionario qual è, traducendola in immagini vorticose, dove il colore assume una valenza quasi caratteriale (“La luce del mare”, “Un gioco nel vento”, “Biografia rivisitata” e poi i lampi di “Evento nell’acqua” e “Rosso lacerazioni”). Qualcosa sta cambiando rapidamente all’interno del corpo sociale ed i sintomi traspaiono nel dinamismo compositivo di “La città dentro”, che prelude ad una visione più rarefatta delle cose. Il ciclo “Ambiguità dell’imprevisto” decodifica lo spirito degli anni ’90, il crollo di ogni certezza che si riflette sul piano sociale e culturale, un’assenza che porta ad una graduale scissione dell’io collettivo. Quali sono ora, se ci sono, i punti di riferimento? (“Accade in città” ben lo esprime).
Il segno pittorico esprime, simbolicamente, una lacerazione ontologica, che poi l’avvento sempre più tumultuoso dell’informatica svilupperà in maniera del tutto inedita, creando quella cesura di cui si diceva all’inizio. E’ una nuova e più complessa mutazione antropologica dove l’uomo è insieme protagonista e semplice comparsa perché tempo biologico e tempo tecnologico mal coincidono fra loro. E la realtà di oggi, dove tutti sono connessi con tutti e dove si vive come in un assoluto presente, impone all’arte un nuovo percorso. L’allegoria racchiusa ne “Lo scoglio”, i corpi stesi sulla sabbia e il cellulare stretto nella mano, dà il senso (o il non-senso) di un’umanità che del mezzo elettronico ha fatto la sua protesi fissa (lo smartphone come feticcio degli anni 2000 e non solo per gli adolescenti). E così “Questa lunga notte.

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La luce dei telefonini”, che evoca un comportamento in sé neutro e tuttavia ambiguo, di isolamento inconsapevole, perché si crede di comunicare ma il supporto meccanico rende tutto umanamente asettico.
E se già, come abbiamo visto, era in atto uno “spaesamento del vuoto”, come dice Calabria, i margini di azione si restringono ancora e si cerca nel segno una fisicità che rassicuri (“Il pensiero del corpo”). Un segno che crei come una sorta di rassicurante linea di demarcazione “per difendere la nostra identità umana dalla vasta colonizzazione dell’intelligenza artificiale”. V’è dunque un rischio, lo slittare in un tempo nuovo e inedito (lo smarrimento che si coglie nei corpi in “Patologia della luce”),  dacché “percepiamo la paurosa fine delle protezioni. Siamo soli. Incalzati da domande senza risposta” (la metafora di “L’ombrello è rotto: paura dell’acqua” o il clima fobico di “Questa lunga notte. Il branco”). E qui s’inserisce il tema del sacro come momento di riflessione ed anche ipotesi di percorso. I ritratti di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e quel Cristo sghembo sulla croce ci ricordano la nostra fragilità: ci dicono che “siamo noi a doverci fare le domande sul senso della vita e della morte e della storia”. “Gravido mistero”, con le sue le figure che emergono come da un arazzo dalle morbide sfumature cromatiche, è una domanda aperta ma,  a mio avviso, è in “Ombre del futuro”, nei suoi tratti larvali, di presenze appena definite, che si sintetizza la problematica pittorica di Ennio Calabria. Potremmo definirlo “pittore del transeunte”, la cui centralità è l’essere analizzato in questa complessa ed imprevedibile congiuntura storica.
Dunque la ricerca (e la volontà) di un neo-umanesimo come possibilità salvifica e parlarne oggi, nell’èra dei selfie, non è cosa da poco…

“Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018. A Palazzo Cipolla, Via del Corso 320, fino al 27 gennaio 2019. Da martedì a domenica, h.10-20. Biglietto euro 7 intero 5 ridotto. La mostra, a cura di Gabriele Simongini, è organizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro il cui Presidente, il Prof.Emmanuele F.M.Emanuele, è un altro umanista doc, forse uno degli ultimi. Da segnalare il bellissimo catalogo della Silvana Editoriale. Per informazioni 06.22761260 e www.civita.it

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