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Il tempo di Caravaggio

  Cinquant’anni fa, nel 1970, moriva Roberto Longhi, grande critico d’arte e collezionista, al quale si deve l’aver compreso l’importanza di Caravaggio, il suo ruolo fondamentale nella storia della pittura italiana. All’epoca, inizi ‘900, il Merisi non era molto considerato e Longhi, prima con la sua tesi di laurea nel 1911 e poi con pubblicazioni e monografie, fino alla memorabile mostra del 1952 a Milano, ne rivelò tutto il suo genio. E ora, grazie a Longhi, possiamo davvero dire che la figura di Caravaggio crea come una cesura, ovvero un “prima” e un “dopo” e lui nel mezzo, a  segnare il passaggio da una pittura divenuta di maniera ad un naturalismo che esprime la vita (e getta i semi dell’arte moderna).

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Il suo linguaggio innovativo suscitò molte polemiche, soprattutto quando riguardava soggetti religiosi, privati di ogni tono aulico come era invece costume rappresentarli. E proprio questa sorta di verismo figurativo cominciò a rivoluzionare la pittura non solo italiana ma europea: era iniziato il “dopo”, come documentano le oltre quaranta opere della collezione di Roberto Longhi in mostra nelle sale espositive di Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini.
Il percorso parte da un’opera famosa, “Ragazzo morso da un ramarro”, l’attimo colto nel suo divenire, come un magnifico ferma immagine dove traspare (ed è un elemento di novità) la psicologia del personaggio (stupore, paura) in un contesto allegorico (la brocca, i fiori, la frutta) reso con estrema cura del particolare (notare la perfetta riproduzione con disegno a carboncino dello stesso Longhi). E la luce, ovviamente, che cade in obliquo, e proprio come antesignano del luminismo caravaggesco viene qui citato Lorenzo Lotto, con belle immagini di santi. Ed anche il suo naturalismo che trae linfa dal filone pittorico lombardo-veneto quand’era a bottega di Simone Pederzano (il colorito “Pollarole” di Bartolomeo Passarotti e “Giuditta con la testa di Oloferne” di Battista del Moro, un tema ricorrente). Giustamente Longhi non parla di “scuola” a proposito del Caravaggio, perché non ebbe allievi, fu la sua esuberante personalità pittorica a fare proseliti, per così dire: “suggerì un atteggiamento, non definì una poetica di regola fissa”. Una “cerchia”, appunto, e qui vediamo il meglio collezionato dal critico piemontese.
Quaranta opere che mostrano di recepire ed interpretare il “nuovo” racchiuso nell’esperienza caravaggesca, ognuna con sfumature proprie. Carlo Saraceni (ricordo la mostra del 2014 a Palazzo Venezia) nel “Ritratto del cardinale Raniero Capocci” immerge il busto del prelato in una luce soffusa, mentre in “Giuditta con la testa di Oloferne” e “Mosè ritrovato dalla figlia del faraone” usa il chiaroscuro per ricavare tonalità morbide. Al contrario di Domenico Fetti che con la sua “Santa Maria Maddalena penitente” introduce una nota più cruda, intrinseca al soggetto stesso.  Arioso e anche un po’ intrigante è invece “Allegoria della vanità”, di Angelo Caroselli, mentre “Incoronazione di spine” del Morazzone risulta di una drammatica teatralità. E il realismo figurativo dei personaggi trova la sua consacrazione in cinque stupende opere di Jusepe de Ribeira, lo Spagnoletto, molto attivo a Napoli. In particolare, fra i santi e apostoli rappresentati, ognuno con lo strumento del martirio, si distingue un San Bartolomeo di plastica fisicità (ad influenze riberiane si può senz’altro ascrivere il severo  “San Girolamo” del Maestro dell’Emmaus di Pau).

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Notevole anche, dal punto vista compositivo, la “Adorazione dei pastori”, del Maestro dell’Annuncio ai Pastori (la figura a destra, inginocchiata, richiama i modi dei Bassano). E poi due capolavori, la “Negazione di Pietro”, di Valentin de Boulogne, molto amato da Federico Zeri, altro grande critico, e “Cristo trasportato al sepolcro” di Battistello Caracciolo, una delle personalità di spicco della scuola napoletana. Nel primo quadro, folto di personaggi, figurano anche dei giocatori di dadi ed è evidente il richiamo alla   “Vocazione di San Matteo” in San Luigi dei Francesi, mentre nel secondo tonalità cupe sottolineano il senso tragico della scena sacra. In entrambi un realismo rappresentativo che in Boulogne è soprattutto gestuale e in Battistello più raccolto e meditativo. E di tono intimistico è anche “Monaco che legge”, di Gherardo delle Notti, che interpreta il luminismo caravaggesco in modo particolare (e così nella chiesa di Santa Maria in Aquiro).
Di grande effetto i quadri di un suo allievo, Matthias Storm, “Annuncio della nascita di Sansone a Manoach e alla moglie” e “Guarigione di Tobia”, ed alcune tele che denotano influssi della pittura lombardo-veneta: “Ritratto di anziano gentiluomo seduto in poltrona”, di Carlo Ceresa, “Testa di giovane”, di Bernardo Strozzi, e “Sansone e Dalila”, di Gioacchino Assereto, “Cristo portacroce” e “Testa di giovane” di Pietro Vecchia. Ma nominare solo alcuni quadri è fare un torto all’intera mostra, perché tutte le opere risultano interessanti, da “bello” a “superbo”, come abbiamo già visto (Longhi era davvero un raffinato).

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E così cito ancora “Cattura di Cristo con l’episodio di Malco”, di Dirk van Baburen, illustre esponente della Scuola di Utrecht (il caravaggismo nei Paesi Bassi), una delicata “Pastorella addormentata” di Monsù Bernard, pittore di genere, il suggestivo e quasi protoromantico “Bivacco notturno al chiaro di luna” di Filippo Napoletano. Né si può certo prescindere da “David con la testa di Golia” di Andrea Vaccaro, grande protagonista del secolo d’oro della pittura napoletana, “Susanna e i vecchioni” e “Concerto a tre figure”, di Mattia Preti, il famoso “Cavalier calabrese”, dove l’impianto di sapore caravaggesco stempera in tonalità che rimandano alla pittura emiliana e veneta (“corposo e tonante, veristico e apocalittico. Secondo solo a Caravaggio”, scriveva di lui Longhi. E, aggiungo, spettacolare: vedi gli affreschi nell’abside di Sant’Andrea della Valle). Infine due opere di Giacinto Brandi, molto attivo nelle chiese e nei palazzi romani: un corrusco “Santo certosino in lacrime” e un più aereo e morbido “San Sebastiano curato dagli angeli”.
Una splendida mostra ma, al di là del puro fatto estetico, di contemplazione della Bellezza, v’è un altro significato più sottile, quasi un’allegoria del momento che stiamo attraversando. Al centro della mostra la figura umana e dunque, in questa fase di rinascita, dopo la pandemia, è un po’ come un auspicio a ritrovare la nostra essenza più vera. E soprattutto, essendo emersa durante il lockdown, come solidarietà e (ri)scoperta dell’altro, a non disperderla, anzi, a svilupparla nel tempo, perché di questo abbiamo bisogno: un neo umanesimo per liberarci delle nostre paure. E la Cultura ne è la chiave.

 collezione di Roberto Longhi

collezione di Roberto Longhi

“Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi” promossa da Roma Capitale e Fondazione Roberto Longhi, a cura di Maria Cristina Bandera, ai Musei Capitolini fino al 13 settembre. Tutti i giorni h.9,30-19,30, biglietto integrato mostra + museo euro 14 intero e 12 ridotto per i residenti a Roma e 15/13 per i non residenti. Gratuito per i possessori di MIC Card. E’ obbligatoria la prenotazione e l’uso della mascherina all’interno delle sale. Per informazioni 060608 e www.museicapitolini.org Per conoscere meglio la Fondazione Roberto Longhi, le sue finalità, pubblicazioni, borse di studio ecc. consiglio di visitare il sito web.

2 Commentia“Il tempo di Caravaggio”

  1. Martina da Gallarate // 24 giugno 2020 a 13:10 // Rispondi

    Uno dei maggiori riferimenti di tutta la pittura europea del XVII secolo e oltre. Bellissimo articolo.

  2. Cristiano Esposito // 24 giugno 2020 a 13:12 // Rispondi

    Analisi ben documentata! Grazie dott. Mazza.

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