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Il trionfo dei sensi

Roma, prima metà del XVII secolo, in pieno rigoglio del Barocco, l’Urbe come un immenso laboratorio d’arte, dove architettura, pittura, scultura, musica compongono un quadro di fascinosa bellezza. In questo esaltante “work in progress” s’inseriscono due fratelli calabresi, Gregorio e Mattia Preti, originari di Taverna, piccolo centro alle falde della Sila. Sono entrambi pittori e, giunti nell’Urbe, i loro primi lavori mostrano influssi di quel naturalismo caravaggesco che stava ormai esaurendo la sua spinta propulsiva (almeno a Roma, mentre a Napoli durerà ancora con Ribera, Caracciolo, Vaccaro ed altri). Minore dei due fratelli Mattia rivela presto una maggiore versatilità, che appare sia nei quadri realizzati insieme al fratello sia da solo, come risulta da “Il trionfo dei sensi”, mostra in corso a Palazzo Barberini.

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“Un quadro per longo con diversi ritratti: chi sona, chi canta, chi gioca, chi beve e chi gabba il compagno”. Così viene descritto, nel 1686, la “Allegoria dei cinque sensi”, per anni in deposito presso il Circolo Ufficiali delle Forze Armate ed ora finalmente recuperata alla fruizione pubblica dopo un accurato restauro sponsorizzato dallo studio legale Dentons. Un’opera spettacolare di sapore caravaggesco, con la sua folla di personaggi che incarnano appunto i cinque sensi, i musici l’udito, l’uomo che fuma l’olfatto, i bevitori il gusto, la zingara che legge la mano il tatto e l’autoritratto di Gregorio in primo piano la vista. Un’opera che rientra in pieno nel filone della cosiddetta pittura di genere (una particolare tipologia di pittura popolare che avrà il suo culmine, fra ironico e un po’ grottesco, nei Bamboccianti). Ma l’Allegoria ha soprattutto un significato morale, perché i due filosofi sul lato destro ammoniscono che tutto è vanitas: Democrito ride mentre Eraclito piange, ovvero la conoscenza sensibile e lo scorrere del tempo che rende ogni cosa transeunte.
Eseguito da entrambi i fratelli, è anche “Concerto con scena di buona ventura”, con al centro raffigurato il poeta Giovan Battista Marino e intorno personaggi che di nuovo rimandano all’allegoria dei cinque sensi: il cuoco con lo spiedo, il violinista e la ragazza alla spinetta, l’oste con il vino, la zingara che legge la mano, un giovane dallo sguardo melanconico in contrasto con il clima allegro (quindi allegoria nell’allegoria). Per ora Gregorio e Mattia sembrano inseriti nel solco della “manfrediana methodus”, cioè il naturalismo caravaggesco come riproposto da Bartolomeo Manfredi, allievo del Pomarancio. Ma già si avverte un guardare oltre ed è Mattia a farlo per primo, come appare evidente in due magnifiche tele, “Cristo guarisce l’idropico” e “Pilato si lava le mani”. Lavoro di coppia ma la stesura non è stilisticamente  omogenea, tanto che si può stabilire quale parte del quadro attribuire all’uno o all’altro. Le figure di sinistra, scenograficamente più statiche, a Gregorio, quelle di destra a Mattia e qui si avverte il tributo a Caravaggio ma anche a Lanfranco e Guercino (in particolare la figura dell’idropico).
Mattia inizia a smarcarsi dal fratello, rivelando una personalità pittorica che si esprime al meglio in opere come “Archimede”, “Apostolo”, “Negazione di Pietro”, “San Bonaventura”, dove compaiono suggestioni della Scuola Napoletana alla quale peraltro egli diede un grosso contributo durante il suo soggiorno partenopeo. Così, mentre Gregorio rimaneva in un’àmbito di pittura di maniera comunque più che dignitosa (in esposizione “Cristo  mostrato al popolo”, ma notevole è anche “Flagellazione di Cristo”, situata nell’Ospedale Fatebenefratelli), Mattia proseguiva la sua ricerca, con risultati eccellenti, come “Fuga da Troia”, quasi un gruppo statuario che l’acceso cromatismo ed il punto di fuga rappresentato dal piccolo Ascanio che sprona Enea con il padre Anchise sulle spalle rendono di grande drammaticità.
Deliziosa poi la “testa di bambina con collana di corallo” e senz’altro un capolavoro “Cristo e la Cananea”, dove l’influsso della pittura veneta permea l’intera composizione. A cominciare dallo sfondo, quel tipo di  architettura che rimanda direttamente al Veronese e poi le figure, in particolare la Cananea con il suo velo, il Tintoretto, e infine lo sfumato del cielo, Tiziano. Come scriveva Bernardo De Dominicis nelle sue “Vite de’ pittori” (1742), “Tiziano, Paolo Veronese e Tintoretto l’innamorarono, e ne’ suoi studi cercò ottimamente di imitarli e massimamente il Veronese”. Ormai Mattia ha una sua definita personalità pittorica e lo dimostra nei grandiosi affreschi dell’abside di Sant’Andrea della Valle. Col fratello lavora insieme ancora una volta, nella controfacciata di San Carlo ai Catinari (storie di San carlo), poi il viaggio a Malta, dove termina i suoi giorni non prima di aver realizzato altre opere di rilievo. Come già Caravaggio, del quale il Cavalier Calabrese ha saputo raccogliere il messaggio e adattarlo ai nuovi tempi, in quella Roma cantiere d’arte.

“Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti”, a cura di Alessandro Cosma e Yuri Primarosa. A Palazzo Barberini fino al 16 giugno, da martedì a domenica h.8,30-19, ingresso euro 12 intero e 6 ridotto (valido 10 giorni per Palazzo Barberini e Galleria Corsini). Per informazioni www.barberinicorsini.org

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