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Invito alla lettura (e alla scrittura)

di Cinzia Baldazzi.

susino

Tra le varie azioni fortemente limitate dalla quotidiana, normale, proficua routine (in primis il lavoro “fuori casa”), è compresa la lettura e, per qualcuno, la scrittura. Adesso, invece, dovendo restare in casa quasi per l’intera giornata, il tempo non dovrebbe mancare. Ebbene, mi chiedo: con quello che succede, avrebbe senso prendere in mano un libro di poesie o di narrativa e trasferirsi con tutti noi stessi in un altro mondo? Solo un ripiego strumentale, evasivo, fine a se stesso? Una distrazione?
Leggere non credo coincida del tutto con il distrarsi inteso nel significato di “non pensare”, oppure riflettere su elementi irreali e immaginari. Perché anch’essi, per quanto possano essere surreali, come nei generi di fantascienza e horror da una parte, fantasy, fiabesco e mitologico dall’altra, presuppongono una precisa radice logica, nondimeno ricca di metafore con il mondo esterno, altrimenti non sarebbero comprensibili. Un discorso più o meno parallelo riguarda i componimenti in versi: pure le poesie – nonostante viaggino nel mondo utopico di metafore e metonimie – di sicuro, a differenti livelli, al pari della narrativa, si collegano al vero.
Tempo fa mi è capitato di rileggere un passo del Breviario di Estetica (1913) di Benedetto Croce, là dove dichiarava:

Ogni schietta rappresentazione artistica è in se stessa l’universo […]; l’universo in quella forma individuale, quella forma individuale come l’universo. In ogni accento di poeta, in ogni creatura della fantasia, c’è tutto l’umano destino, tutte le speranze […], il dramma intero del reale che diviene, cresce in perpetuo su se stesso, soffrendo e gioendo.

Seppure possano sembrare criteri vaghi e parziali, se li inseriamo nel sistema di “crescita” del percorso linguistico successivo, l’estetica crociana apparirà nel suo ruolo fondamentale: ossia di saper decifrare, in chiave storico-critica, la circostanza atipica, preziosa, di un’attività di lettura analitica pronta a cogliere l’evocare simbolico-poetico nell’assetto utopico e metalinguistico.
La ποίησις (pòiesis), d’altronde, non progredisce lungo un tragitto intimo, esclusivo. Al contrario, siamo all’altezza di riconoscerla se gode di un assoluto di bellezza e liricità, distante dal quale, però, ne commuta la matrice in ambito personalissimo, evidenziandone un indirizzo di pertinenza e pratica, persino e soprattutto in presenza della drammatica situazione odierna. Nello sfogliare o comporre pagine di un volume percepiamo senza dubbio il conforto di un bello correlato al sollievo dal dolore, dall’angoscia, dal panico: per questo solo, converrebbe leggere o scrivere. Se poi l’aura suscitata appare come la bellezza studiata da Kant nella Critica del giudizio (1790), allora essa, purissima e disinteressata, finisce per costituire un universo a sé, autosufficiente.
Ma il filosofo di Königsberg sostiene anche:

A rigore non si dovrebbe dare il nome di arte se non alla produzione mediante libertà, cioè per mezzo di una volontà che pone la ragione a fondamento delle sue azioni.

           Il fare artistico si muove quindi in uno spazio di libertà cosciente, proprio quella che, nell’incrocio tra volontà e amore, abbiamo accettato per il bene collettivo di limitare in questo momento di lotta mondiale contro il male e la morte. Ma allora la nostra produzione, poetica e critica, rischia di essere compromessa dai vincoli costrittivi dei giorni attuali? È sempre Kant a venire in aiuto:

Non è tuttavia fuor di luogo ricordare che in tutte le arti liberali è pure necessario qualcosa di costretto, ovvero, come si dice, un meccanismo, senza il quale lo spirito, che nell’arte deve essere libero e che solo anima l’opera, non acquisterebbe corpo e svaporerebbe interamente (così, per esempio, nella poesia, la proprietà e la ricchezza della lingua, come la prosodia e la ritmica.

A trent’anni di distanza, nello Zibaldone di Giacomo Leopardi, in un pensiero del 22 agosto 1820 scopriamo però un’utilità pratica, benefica, operativa nell’immediato, del “leggere” e dello “scrivere”:

La lettura per l’arte dello scrivere è come l’esperienza per l’arte di viver nel mondo, e di conoscer gli uomini e le cose. Distendete e applicate questa osservazione, specialmente a quello che è avvenuto a voi stesso nello studio della lingua e dello stile, e vedrete che la lettura ha prodotto in voi lo stesso effetto dell’esperienza rispetto al mondo.

           Il silenzio per le strade, il panorama insolitamente vuoto di presenze umane, non suscitano senso di riposo, nemmeno di quiete, bensì timore, inquietudine, spaesamento: eppure coincidono con l’hic et nunc di tutti noi, al punto di costituire l’esperienza da poter condividere con i libri che stiamo consultando o vorremmo realizzare. In questo senso, ha costituito una svolta personale la “scoperta” in primissima gioventù (quando per me la lettura era l’attività prevalente) delle opere di Bertolt Brecht. Il drammaturgo visse la tragedia del Nazismo e della Seconda Guerra Mondiale. Per ventidue lunghi anni, fra il ’34 e il ’56, dalla Danimarca agli Stati Uniti alla Germania, portò con sé e completò il manoscritto di Vita di Galileo, dove leggiamo:

Dove per mille anni aveva dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: d’accordo, sta scritto nei libri, ma lasciate un po’ che vediamo noi stessi. È come se la gente si avvicinasse alle verità più solenni e battesse loro sulla spalla; quello di cui non si era mai dubitato, oggi è posto in dubbio.

           La stessa comunicazione scritta – veicolo principale del pensiero – è suscettibile di essere verificata. Come? Confrontandola con il reale, affinché quest’ultimo, a sua volta, possa essere alimentato e approfondito.
E sempre nel ’34, auto-esiliato a Svendborg, in terra danese, Brecht compone un celebre kinderlied intitolato Il susino. Lo ripropongo nella traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini, dedicandolo a chi di noi seguita a coltivare la natura con piante e fiori sul balcone, nel giardino, nell’androne del palazzo. Nella speranza che crescano rigogliosi per ammirarli oggi e soprattutto domani:

Nel cortile c’è un susino.
Quant’è piccolo, non crederesti.
Gli hanno messo intorno una grata
perché la gente non lo pesti.
Se potesse, crescerebbe:
diventar grande gli piacerebbe.
Ma non servono parole:
quel che gli manca è il sole.
Che è un susino, appena lo credi
perché susine non ne fa.
Eppure è un susino e lo vedi
dalla foglia che ha.

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