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Quel dolce paesaggio

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                                                 Quel dolce paesaggio

di Antonio Mazza

  La “pittura di genere”, cioè un soggetto che, ripreso più volte perché spesso richiesto dalla committenza, come nei Paesi Bassi nel XVI secolo, dove la piccola borghesia mercantile privilegiava i ritratti di vita quotidiana; la “pittura di genere”, dicevo, ha prodotto anche un cospicuo filone paesaggistico, sviluppato in tutta Europa ma particolarmente in Italia, dove gli scorci naturali e soprattutto l’intensità della luce attraevano artisti d’ogni paese (pensiamo a Lorrain o a Turner). Paesaggio che, nel tempo e secondo la personale sensibilità creativa (ed anche la moda di quel determinato periodo), si è espresso in modi diversi, una gamma ben rappresentata dalla piccola ma gustosa mostra a Palazzo Barberini: “Di natura e d’invenzione”. Paesaggi, Vedute e Capricci dai depositi delle Gallerie Nazionali di Arte Antica”, a cura di Luigi Gallo con Paola Nicita e Yuri Primarosa.

"L'imbarcadero" (1782), di Hubert Robert.

“L’imbarcadero” (1782), di Hubert Robert.

  Qui si parla dei secoli XVII-XVIII, quando il genere paesaggio aveva finalmente una sua precisa configurazione, una “personalità” che la scienza e gli studi naturali avevano ormai consacrato da tempo. E così nell’arte, da puro ornamento pittorico ma pur con una sua intrinseca energia (Leonardo) alla visione della Controriforma, la natura come espressione divina. In proposito, quale ideale preludio alla mostra, suggerisco una visita nella sala dei “Paesaggi Mattei”, ala nord di Palazzo Barberini, dove tre splendide tele del fiammingo Paul Brill (spettacolari scorci della Sabina) documentano appunto lo sdoganamento del paesaggio, divenuto ormai “protagonista” . E ora, più consapevoli, entriamo nella “Sala dei Paesaggi”, con le sue quattordici opere abitualmente conservate nei depositi delle Gallerie, una magnifica e plurima variazione su tema che incanta la vista per la sua bellezza.

"Paesaggio con figure: Il mattino e La sera" (1720-30), di Jan Frans Van Bloemen e Placido Costanzi.

“Paesaggio con figure: Il mattino e La sera” (1720-30), di Jan Frans Van Bloemen e Placido Costanzi.

  Procedendo cronologicamente di quadro in quadro si ha una esatta percezione del gusto pittorico del momento. Il XVII secolo propende verso il paesaggio classico magari animato da scene mitologiche o bibliche, “Paesaggio con Giunone e Argo trasformate in pavone”, attribuito al Maestro della Betulla, forse Gaspard Dughet, e “Paesaggio con Agar e l’angelo”, di Nicolas Poussin, su toni scuri questo quanto più luminoso l’altro. Nel XVIII secolo è il “capriccio” a dominare la scena, dove s’impone la suggestione delle antichità classiche scoperte ed amate dai viaggiatori (è l’epoca del Grand Tour). Così due deliziose tele di Hubert Robert, pensionnaire”all’Académie de France a Roma, “Fontana monumentale con architettura” e “L’imbarcadero (Veduta immaginaria del Pantheon), soprattutto questa, di felice ispirazione. E poi il nostro Giovanni Paolo Pannini, “Paesaggio con figure e statua raffigurante il Tevere”,  decisamente scenografico.

"La sera" (1764), di François Boucher.

“La sera” (1764), di François Boucher.

  In parallelo si sviluppa un altro filone, quello delle “pastorellerie” e dell’Arcadia, ben rappresentato da “Paesaggio con figure (il mattino”) e “Paesaggio con figure (la sera)”, di Jan Frans Van Bloemen e Placido Costanzi, due quadri dove il genere classico e la visione ideale trovano il punto di fusione. Sullo stessa linea, con più attenzione al passato, proprio in termini di paesaggio arcadico, “Antiche rovine con figure”, di Andrea Locatelli. E, verso la fine del XVIII secolo, per mano di François Boucher, “premiere peintre du Roi”, compare sulla tela una natura morbida e sensuale dove le figure umane vi sono inserite in piena sintonia: “Il mattino” e “La sera”, due piccoli capolavori di sapore rococò (come anche “La piccola giardiniera”, questa più sul tipo “pastorelleria galante”). Né manca, siamo sul finire del secolo, l’anticipazione della pittura “en plein air” con un arioso quadro di Jacob Philpp Hackert, “Veduta dei Colli Albani dall’Osteria del Fico”. Ma certamente l’opera che più colpisce per il perfetto equilibrio fra elementi di architettura e paesaggio è “Veduta di Villa Sacchetti a Castelfusano”, del grande Pietro da Cortona, con sullo sfondo la marina sulla quale incombe il cielo dove  si rincorrono nuvole e squarci di luce. Un capolavoro assoluto.

"Veduta dei Colli Albani dall'Osteria del Fico" (1789), di Jacob Philipp Hackert.

“Veduta dei Colli Albani dall’Osteria del Fico” (1789), di Jacob Philipp Hackert.

 “Di natura e d’invenzione. Paesaggi, Vedute e Capricci dai depositi delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica”, fino al 31 gennaio 2024. Da martedì a domenica h.10-19. Biglietto intero euro 12 valido per 20 giorni Barberini e Corsini. Per informazioni   www.barberinicorsini.org

"Veduta di Villa Sacchetti a Castelfusano" (1632-39), di Pietro da Cortona.

“Veduta di Villa Sacchetti a Castelfusano” (1632-39), di Pietro da Cortona.

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