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Quel grande a nome Frank Zappa

 201404 Roma, ottobre 1984, nell’area dove oggi sorge l’Auditorium. V’era, in quegli anni, un luogo caro ai rockettari, il Tenda Pianeta, che ospitava bands e solisti famosi o in via di affermazione (come i Cure, che lì gettarono le basi della loro leggenda). E in quella tepida serata di primo autunno, innanzi ad un pubblico che già lo considerava un musicista di culto, si esibì Frank Zappa, una delle personalità più complesse del pur complesso universo del rock. E intrigante anche, per quel suo sapiente ed al contempo folle miscelare più elementi spesso antitetici fra loro in un crogiuolo sonoro di incredibile fascino. Pop, jazz, funky, R§B, african beat, musica tonale, un fiume in piena dove, come scrissi all’epoca, “il termine rock sembra solo un pretesto per imbastire un favoloso divertissement”.

  Una sorta di stravagante rock ludico (“funny-rock” titolai nel pezzo), il cui clima esaltato ed esaltante viene rievocato in pieno dal delizioso volumetto di Alessandra Izzo, “Frank e il resto del mondo”. Il ritratto di Zappa nel ventennale della scomparsa, un modo di celebrarlo non però attraverso la sua musica, LP dopo LP (all’epoca i cd non avevano ancora soppiantato il vinile), ovvero “anche”, in quanto ciò che preme all’autrice è parlare oltre il personaggio, l’uomo-Zappa, con le sue luci e le sue ombre. E i chiaroscuri, certo, ma per coglierli bisognava calarsi nel profondo, perché Frank era un tipo schivo e diffidente e tuttavia capace anche di spiazzanti slanci emotivi. E proprio lei, Alessandra, lo sperimentò di persona, essendo divenuta sua amica dopo un memorabile concerto napoletano, un’amicizia che durò alcuni anni, poi s’interruppe causa il caratteraccio di Frank. Ma Ale non ha mai serbato rancore, anzi, folgorata dall’Uomo di Baltimora ha voluto ricomporne la fisionomia umana nel ricordo di persone a lui vicine e che lei stessa ha frequentato quando era una giovane rockettara.

  Testimonianze preziose per comprendere meglio ciò che allora, nell’infatuazione del momento, le era sfuggito. E, incontro dopo incontro, si viene a delineare una personalità poliedrica, che nella musica trovava una sorta di pretesto quasi filosofico per parlare di un mondo e di una società (quella americana) spiritualmente intorpidite. Il debutto sulle scene alla fine degli anni ’60 con i mitici “Mothers of Invention” è all’insegna della controcultura giovanile (sono gli anni del Vietnam), un tocco di ribellismo che non verrà mai meno, anzi, col tempo si affinerà in virtù di quella versatilità culturale di Frank (vedi gli album degli anni ’70 e ’80, in particolare la trilogia di “Joe’s Garage”).  Ma chi era nel profondo? Con le sue “Stupid Songs”, come le chiamava, esorcizzava il male di vivere che affligge chiunque abbia una profondità di campo. E lui ne aveva in abbondanza, come specifica la sorella, Patrice “Candy” Zappa. E come, d’altronde, confermano due veterani dell’esperienza dei “Mothers”, Bunk Gardner e Essa Mohawk.

    Ma anche gli italiani hanno da dire la loro. Fabio Treves, grande bluesman, Claudio Trotta, patron della Barley Arts, Massimo Bassoli, fondatore di famose testate rock. Bella la sua definizione della personalità di Frank: “Convivevano in lui il pragmatismo anglosassone, il caos latino e una punta di bizantinismo, al limite del bacchettone”. Riassume il personaggio, con le sue origini sicule (magnifica la descrizione del pellegrinaggio di Zappa a Partinico, città natale del padre), quasi un presagio di quel meticciato culturale che impregnerà poi la sua musica (vedi, un esempio fra i tanti, “Strictly Genteel”). E particolarmente curiosa la testimonianza di Ferdinando Boero, docente di zoologia, che divenne amico di Frank dando il suo nome ad una qualità di meduse (“Phialella Zappai”).

  Ancora suoi compagni d’avventura. Come Rutger Hauer, grande attore che tutti conosciamo (“Blade Runner”, “Ladyhawke”, “La leggenda del santo bevitore”), che con lui aveva un forte feeling. E, ancora, in un clima che rimanda alle “session” degli anni d’oro, Ed Mann, batterista con radici jazz che lavorò molto con lui (“Il modo in cui uno si accorge della spiritualità di Frank è solo ascoltando la sua musica”) e Ike Willis, voce e chitarra nei tour zappiani (“Suonare con Frank era fare musica seria ma divertendoci”), fino a Pamela Des Barres, giornalista nonché leggendaria “groupie” del mondo rock. E il ritratto finale ma non finito, in quanto è difficile incasellare uno come Frank Zappa, è quello di una personalità complessa e tuttavia genuina, “ruspante” come la sua musica. Un inestricabile insieme di egocentrismo e generosità, continue aperture e chiusure ma, costante, un’ironia ed autoironia che a tratti quasi commuove. E il suo rock, che possiamo ben definire un rock concettuale, un rock che ha sconfinato felicemente nel genere classico (mitico Pierre Boulez che eseguiva musiche sue. D’altronde Zappa amava molto Stravinskij, Varèse, Messiaen); il suo rock, dicevo, resterà come un punto fermo nella ricerca musicale del ‘900. E, forse, aprirà nuove strade, all’insegna del meticciato culturale, chissà…

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“Frank e il resto del mondo”, di Alessandra Izzo, Curcio ed. pagg.95, euro 14,90. 

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