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Saro studente

 imaGli anni fine Cinquanta e Sessanta furono gli anni della vigorosa rinascita economica del Paese e dopo tribolazioni a non finire, dalle Alpi alla Sicilia si diffuse un irrefrenabile ottimismo e ancora oggi si parla dei mitici e felici anni Sessanta con un filo di nostalgia.

I padri raccontano ai figli la spensieratezza e la felicità di quegli anni che si conclusero nel 1968, anno spartiacque tra un “prima” ed un “dopo” che va ben oltre l’aspetto temporale.

Nelle università il “prima” fu caratterizzato, da una parte, dallo strapotere dei docenti che si manifestava anche attraverso i loro tic e la loro boria e, dall’altra, dall’azione simil-rivoluzionaria delle rappresentanze studentesche, fortemente politicizzate, come l’UGI, l’Intesa dei cattolici, il FUAN o GUF, ecc.

L’uno, lo strapotere dei docenti, e le altre, le organizzazioni studentesche, non sopravvissero     alle turbolenze di quell’anno ed i sessantenni ed i settantenni di oggi ricordano ancora le sfilate nei corridoi delle facoltà e nei viali dei prati degli edifici universitari col dragone cinese dagli occhi di fuoco e narici fumanti, agitando il libretto rosso al grido di “Mao, Mao, Ho-Ci- Min, le icone del popolo studentesco di sinistra, contrastato con fiera determinazione dai ragazzi di destra, FUAN in testa, braccio teso romanamente e sguardo truce. Le scaramucce non si contavano più e gli inseguimenti con bastoni che mulinavano sulle teste lasciavano il segno lungo le strade e nelle piazze attorno alle università. Sul finire del mese di ottobre di quell’anno, in una giornata ancora tiepida sono stato testimone oculare di un epico scontro tra opposte fazioni in via Cesare De Lollis, a Roma, proprio dinanzi alla Casa dello Studente. Rientravo dalla Facoltà di Economia e mi trovai preso tra due fuochi proprio mentre volavano randellate pazzesche tra destrorsi, provenienti dal piazzale del Verano, e sinistrorsi che scendevano dalla parte opposta.

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Un anziano maresciallo dei carabinieri mi fece scudo e mi scortò fino all’interno della Casa dello Studente, la mia residenza da borsista, e mi intimò di non mettere il naso fuori dalla porta. In quell’anno tramontava anche il sogno della “fantasia al potere”, gioiosa iperbole del filosofo tedesco Herbert Marcuse, l’amatissimo profeta della gioventù contestatrice, ma tramontavano anche i riti studenteschi che venivano celebrati con beffarda solennità ed irridenti salmi profani durante la “Festa della Matricola”, ad inizio dell’anno accademico e in altre occasioni durante l’anno. Erano, quelli, rituali a volte assai temuti dalle matricole perché gli anziani, ossia gli studenti con molti bollini sul libretto, facevano pagare loro pegno, cioè dovevano sottostare a qualche penitenza a motivo del loro essere matricola.

Saro non aveva ancora molti bollini sul libretto                                                              

 L’appuntamento era in facoltà, alla lezione di Economia politica. Abitando nel centro ottocentesco di Catania, vicino a via Umberto, era agevole recarsi a piedi a Villa Cerami, sede di Giurisprudenza e Scienze Politiche, in cima ad una delle collinettre alle spalle di via Etnea.

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Ma lì si profilava il secondo ostacolo. Saro era una matricola e anche se erano trascorsi alcuni mesi dall’inizio dell’anno accademico, era quasi certo di imbattersi negli anziani, quelli con otto, dieci o addirittura quindici “bollini”, cioè timbri annuali di iscrizione sul libretto di riconoscimento universitario: se non si rispondeva a quiz e domande sconce, si poteva arrivare a scherzi pesanti e disonorevoli. E difatti, prima del cancello incontrò Pino La Mantìa, una matricola di sua conoscenza che usciva di corsa. “Ci sono gli anziani ed io ho dimenticato il papello!” “Ma chi sono, quelli dei gruppi politici?” “Sì, oggi ci sono quegli stronzi del GUM!” Saro in qualche modo si tranquillizzò: non che gli piacessero i monarchici, ma erano più tranquilli dei fascisti de3l GUF che erano in gran parte giocatori della squadra di rugby e che potevano menare le mani. E poi lui aveva il papello regolarmente su carta della rinomata pasticceria Caviezel con tanto di firma di Vito Floresta, decano con quattordici bollini e membro attivo del GUM.

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Difatti il gruppetto che bivaccava sulle scalette interne, controllato il papello gli chiese soltanto di recitare la preghiera della Vergine, cosa che Saro fece in un attimo, mangiandosi le parole come quando frequentava la chiesa e gli chiedevano l’atto di dolore:

O Maria Vergine, tu che hai concepito senza peccare, facci peccare senza concepire

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E fu subito dentro. Entrò che si era appena spento l’eco dell’applauso iniziale: il chiarissimo Professor Agatino Tomaselli amava i bagni di folla. All’inizio di ogni anno accademico i bidelli si premuravano di informare le matricole che il Professore gradiva l’applauso e, anzi, quasi lo pretendeva. E ogni anno si assisteva allo stesso fenomeno: alle prime lezioni il battimani era timido e solo in fine d’ora; poi, man mano che passavano i giorni, l’aria compiaciuta di Agatino incoraggiava gli applausi a scena aperta, e verso febbraio l’omaggio, sempre più svincolato dalle dissertazioni professorali, scoppiava, oltraggioso e sfottente, anche all’esordio delle dotte illustrazioni.

1950 Miss

Saro diede un’occhiata alla sala, stracolma di matricole, e individuò in quarta fila la fanciulla. Che non era sola, come sempre. Con lei la compagna di studi e di pensionato femminile Maria Catena, autentico cesso per unanime parere bisex dei colleghi. Sedette in fondo, ingannando l’attesa con un giornalino di Cocco Bill sulle ginocchia. Ogni tanto lo scuotevano gli applausi dei colleghi, alle affermazioni più ardite di Agatino, che ad un certo punto si recò alla lavagna, vergando con sussiego i fattori di una moltiplicazione e mancando clamorosamente il risultato finale: venne giù la sala, tra ovazioni, risate e battute ritmate dei piedi. Ne approfittò per una avanzata strategica, portandosi a pochi passi da Renatina, che gli sorrise con il suo sguardo di leggero strabismo, e si volse per il resto della lezione, appena poteva, verso di lui, compiaciuta e incoraggiante. “Finito il tormentone?” le disse Saro interponendosi con autorità tra lei e l’amica.

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“Passeggiata in via Etnea, pasticcini Savia, giardino Bellini?” sparò a raffica. “A scelta o anche tutte e tre, con questo sole!” concesse benevolo. E già indossava con nonchalance l’impermeabile da conquista, ma sentì sulla schiena un picchiettare nervoso di dita. “Ehi, voi, non potete uscire, c’è una delle piche lezioni programmate di statistica. Uffa, Tina, non lasciarmi sola, già siamo quattro gatti!” “La statistica la sappiamo già” interloquì Saro. “Qual è la media di giornate splendide come questa che ci aspettano prima che le cassatine di Savia si squaglino al caldo sole di Sicilia? Amuninne, picciotte, che qui dentro si soffoca, in tutti i sensi. Renatina guardò Catena, che si intuiva implorante dietro i suoi occhialoni a fondo di bottiglia, guardò Saro che fremeva dall’impazienza, gli si avvicinò con sguardo ammiccante sussurrandogli in un soffio: “Oggi alle 17, davanti alla Villa” e si allontanò velocemente nel corridoio, seguita da una Catena arrancante a fatica ma intimamente soddisfatta. Saro non abbozzò neanche una reazione, tanto velocemente si era svolta la scena. Dopo qualche istante la parte impulsiva del suo carattere, che era largamente maggioritaria, gli impose un moto di stizza, ma poi gli si presentò l’immagine virtuale di Ganzo 22 e sospirando si avviò all’uscita.

(continua)

(commento d’apertura e selezione dei brani, scritti da Federico Romeo pubblicati da Città del Sole Edizioni,  a cura di Enzo Movilia)

 

5 Commentia“Saro studente”

  1. Sebastiano // 2 marzo 2014 a 18:00 // Rispondi

    I ragazzi universitari di quell’epoca erano tutti dei Saro in fotocopia, sia nelle bravate che nei rapporti con le ragazze, goffi oltre ogni immaginazione visti con gli occhi di oggi.
    Io ero uno di loro e ricordo i conciliaboli con gli amici quando si profilava il primo appuntamento con una ragazza. E che si fosse a Catania, come Saro, a Roma o a Bologna, cambiava poco.
    Io sono di Roma, ma il rituale del conciliabolo con gli amici prima del fatidico appuntamento era identico.
    Belli questi brevi racconti, pieni di vita e di ironia.

  2. Appartengo alla generazione di Saro e, penso, anche a quella del redattore che fa la presentazione del bel racconto, pertanto ricordo bene le fughe lungo i viali della città universitaria inseguiti dalla polizia o dagli avversari.
    Anni vivi e pieni di fermenti che oggi non esistono più ed è una gran brutta cosa, perchè evidentemente il Paese ha ben altri problemi e ben altre ferite di cui occuparsi ed i ragazzi sfioriscono già a vent’anni, l’età di Saro e della sua allegra combriccola.

  3. A Roma i rituali della festa della matricola erano presieduti dal Pontefice Massimo davanti al quale le matricole dovevano prostarsi fino a lambire le ginocchia col mento. Eppure il Magnifico Rettore della Sapienza era Ugo Papi, uomo d’altri tempi che mal digeriva i fermenti che via via andavano intensificandosi in numero e in virulenza, ma la politica si inzuppava il pane ed erano i partiti tradizionali che muovevano i fili come gran burattinai.
    La caratterizzazione del giovane Saro è perfetta perchè traccia il profilo del ragazzo insicuro ed incerto, appunto come eravamo tutti noi in quegli anni.

  4. Saraceni // 4 marzo 2014 a 9:19 // Rispondi

    E’ vero, le università erano tutte in fermento in quegli anni ed io ricordo i bivacchi alla Sapienza sulla scalinata del rettorato, ad amoreggiare con la bella di turno, oppure semplicemente a non far nulla.
    E’ anche vero che i professori si sentivano degli intoccabili padreterni, specialmente nelle università centro meridionali (lo so perchè mio frtello ha studiato a Bari e alla Federico II di Napoli, ma ricordo anche dei grandi professori illuminati e disponibili. Federico Caffè, Gabriele Pescatore (ad Economia), Bruno Zevi ad architettura, ed altri ancora.
    Devo aggiungere che noi ragazzi ventenni eravamo ancora imbranatelli, poi il sessantotto con tutto ciò che seguì, ci aiutò a maturare velocemente e a prendere coscienza dei tempi in cui vivevamo.
    Federico Romeo ha saputo cogliere sfumature che sembrano, a prima vista marginali, ma che sono certamente l’essenza di quel modo di pensare e di vivere le relazioni.

  5. Aldo Serri // 5 marzo 2014 a 9:15 // Rispondi

    Tra i professori più aperti e più disponibili della Sapienza aggiungerei anche Giorgio Tecce, di un’umanità davvero rara ma non per questo meno esigente.
    All’alba del ’68, però, anche gli inavvicinabili baroni, fiutando l’aria che spirava da Parigi e dalla Germania di Rudy il Rosso,hanno cominciato ad abbassare le penne e sono bastati pochi mesi, diciamo un anno,per accorgersi della rivoluzione che era avvenuta nei rapporti tra professori e studenti.
    Anch’io credo che Saro incarni bene lo spirito dei ragazzi di quegli anni, molto insicuri e fragili, motivo per cui ci si rifugiava nel gruppo protettivo degli amici per mettersi al riparo dei fiaschi edei rischi, da qui la simpatia che suscita il ragazzo alle prese col problema della beneamata.

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