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Il mondo di Guttuso

 

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                                                                 Il mondo di Guttuso

di Antonio Mazza

  Quella pastosità cromatica così tipicamente mediterranea ed anche così familiare, almeno per il gusto pittorico di noi italiani, abituati da sempre al colore, ai toni solari che riverberano nel paesaggio di natura e delle antiche città di pietra. E’ la vivida fiamma che pulsa nella pittura di Renato Guttuso, la sua “sicilianità” indossata anche quando lasciò la nativa Bagheria per trasferirsi a Roma, la Trinacria con il sole che stordisce uomini e bestie e il vento che sa di leggende. Un sapore acre e dolce quale si effonde dalla mostra in corso al Museo Storico della Fanteria, “Renato Guttuso. Anima Mediterranea”, a cura di Vittorio Sgarbi e Marina Giordano, mostra che, prodotta dalla società Navigare, si propone come una importante iniziativa culturale voluta dal Ministero della Difesa – Difesa Servizi S.p.A. con il patrocinio del Ministero della Cultura e della Regione Siciliana.

"La pesca del pesce spada" (1949).

“La pesca del pesce spada” (1949).

  Circa 60 opere esposte fra oli, acquerelli, disegni, in un arco di tempo compreso fra gli anni ’30 e gli anni ’80, raccolti in cinque sezioni a tema, che scandiscono un intenso percorso artistico ed umano. Ovviamente la Sicilia è il baricentro, soprattutto agli inizi, la Sicilia da Guttuso vissuta come impegno civile, quale figura in “Artista e società”, sia la semplice testimonianza della fatica quotidiana sia come presa di posizione politica. Così il sicilianissimo “La pesca del pesce spada” (1949), di sapore espressionista, con l’agile “luntre” che solca le onde mentre, dall’alto dell’albero “ ‘u ‘ntinneri”  sprona i marinai e qui manca solo come sfondo sonoro  la famosa canzone di Modugno, “U pisci spada”. O “Marcia di contadini nel feudo” (1954), dove il linguaggio pittorico si fa più denso e vibrante nel rappresentare le lotte dei lavoratori per la terra (lotte anche impregnate di sangue: vedi la strage di Portella della Ginestra, 1947). Né manca, ovviamente, il richiamo alla guerra, “Massacro” (1941), vivido frammento di un dramma collettivo che lacerò il nostro paese.

"Marcia di contadini nel feudo" (1954).

“Marcia di contadini nel feudo” (1954).

  Tonalità che, nel periodo di formazione, a partire da inizio anni ’30, quando un giovanissimo Guttuso espone alla Quadriennale di Roma, sono di ricerca stilistica, una ricerca che le esperienze maturate prima con la rivista “Corrente” e poi il contatto con i fermenti della Scuola Romana contribuiscono ad esaltare in quella parte di occulta energia vitale già intrinseca alla sua pittura. Energia che nell’impegno politico acquista un forte spessore umano, il canto degli “ultimi”, e qui da citare  “Il falegname” (1948), “Il pescatore addormentato” (1950), “Pescatori e mareggiata” (1950), “Contadino” (1960), tutti come solcati da una vena sanguigna. E’ l’originaria tempra sicula, l’abbiamo già detto, che negli anni si arricchisce di altre esperienze, come la Nuova Secessione nel 1946, sullo sfondo il divario (e la scelta) fra figurativo ed astratto. E in questo crogiuolo squisitamente artistico s’innesta l’avventura umana di Guttuso, i suoi amori, Topazia Alliata, Marta Marzotto, Maria Luisa Dotti, “Mimise”, la compagna di vita.

"Ritratto postumo di Kafka" (1963).

“Ritratto postumo di Kafka” (1963).

  Quest’ultima figura spesso nella sezione “Volti”, “Ritratto di Mimise” (1938) e “Ritratto di Mimise con il cappello rosso” (1940), logo della mostra,dove la pennellata morbida ma decisa traccia il profilo umano dei personaggi. In questo coadiuvata dall’intenso gioco cromatico, vedi i due autoritratti del 1940 e del 1943, “Ritratto di Mario Alicata” (1940), deputato del PCI e fine intellettuale, “Ritratto di Felice Canonico” (1952), impegnato come Guttuso in una pittura di forte realismo sociale, “Ritratto postumo di Kafka” (1963), singolare raffigurazione del grande scrittore praghese. Ma da segnalare anche i tre ritratti-omaggio ad Antonello da Messina, tutti del 1975, tema il gentiluomo e l’ignoto marinaio. E qui il rimando è alla Sicilia, narrata in splendide tele, come “Abbeveratoio a Bagheria. Via Serradifalco” (1953), allora centro di un territorio ancora non sconvolto dalla speculazione edilizia, una Sicilia rurale dove le antiche trazzere solcavano la campagna. “Cactus d’estate e prato” (1962), un tripudio di vita vegetale in chiave impressionista, “Studio per la Vucciria” (1974), acquerello su carta intelata, il colore ed il calore della folla palermitana, “Eruzione dell’Etna” (1983), “iddu”, il grande iddio pagano che con i suoi umori condiziona uomini e cose.

"Abbeveratoio a Bagheria. Via Serradifalco" (1953).

“Abbeveratoio a Bagheria. Via Serradifalco” (1953).

  E la natura, sia quella di studio sia quella en plein air, e sempre il colore come protagonista, una cromìa talora esuberante (“Natura morta con garofani e frutta”, 1938, “Fichi d’india”, 1985) ma anche più sobria quando riprende soggetti non siciliani, “Paesaggio di Tivoli” (1951), “Finestra su via Leonina” (1961), tecnica mista su carta, la sua casa romana, “Paesaggio a Velate” (1961), “Laghi di Varese” (1964), nonché in quadri che hanno un vago aroma di omaggio ai grandi, da Van Gogh a Morandi, vedi “I girasoli” (1984) e “La finestra blu” (1940-41).  Composizioni anche complesse, come “Sedia, bucranio e tavolo verde (natura morta con cranio d’ariete e tavolo verde), 1938, “Fiasco, foglie e cappello nero” (1940-41), “Gabbia bianca e foglie” (1940-41), una situazione che stempera nel delineare il femminile, 5^ sezione della mostra, oli, tecniche miste, china su carta, matita e acquerello per celebrare la donna,  nella sua integrità. Anche qui un linguaggio solare ancorché più tormentato che altrove, quale si può sintetizzare in “Donna che grida” (1961), un olio su carta dove lo specifico femminile si proietta oltre la mera fisicità (vedi “Ragazza bionda su poltrona nera”, 1967) per fissarsi in una immagine dove la tensione emotiva esprime tutta la consapevolezza del proprio ruolo.

"Studio per la Vucciria" (1974).

“Studio per la Vucciria” (1974).

  Renato Guttuso, artista fra i maggiori dello scorso secolo, il suo percorso pittorico non riconducibile ad una corrente o scuola in quanto personalità poliedrica che ha spaziato fra i vari momenti di ricerca platica del ‘900. Espressionismo, cubismo, astratto, figurativo, sempre con un occhio alle esperienze dei classici del passato, italiano ed europeo, artista ad ampio spettro il quale ci ha lasciato autentici capolavori che, come tutti i capolavori, hanno suscitato polemiche (“La crocifissione”, 1941, ad esempio). Ma il gusto della sfida, l’andare oltre, l’esuberanza di toni erano parte integrante della personalità artistica di Renato Guttuso: la sua “sicilianità”.

"Donna che grida" (1961).

“Donna che grida” (1961).

“Renato Guttuso. Anima Mediterranea” al Museo Storico della Fanteria fino al 28 febbraio 2027. Da lunedì a venerdì h.9,30-19,30, sabato, domenica e festivi h.9,30-20,30. Biglietto euro 13 feriali 15 festivo, ridotti 10 e 13. Per informazioni www.navigaremostre.com

"Fichi d'India" (1985).

“Fichi d’India” (1985).

 

 

"Autoritratto", 1943 e 1940.

“Autoritratto”, 1940 e 1943.

 

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