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Per un pugno di pixel

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                                                      Per un pugno di pixel

di Antonio Mazza

  Un aneddoto introduce a questo inquietante viaggio nella nostra era cibernetica, dove i punti di riferimento rischiano di non essere più in un tempo umano ma “altro”. Domanda dell’A. al chatbot: “Il miglior cocktail per clienti in divisa militare?”. Risposta: “bevanda a dose di nitroglicerina”. Sorridi ma, al contempo, ti chiedi a chi stiamo affidando il nostro futuro che ormai non può più prescindere dal digitale, il web che facilita e insieme condiziona il quotidiano di ognuno di noi. L’A. cita anche la tragedia del 2004 nel sud est asiatico, lo tsunami che causò oltre 200mila vittime, turisti soprattutto che nel ritirarsi del mare non compresero il pericolo e si dilettarono a filmare con i loro dispositivi elettronici mentre i Moken, comunità indigena locale, forti di un patrimonio di conoscenza ereditato dagli antenati, si salvarono. E qui si evidenzia una frattura, da un lato l’assuefazione alla tecnologia che crea come una zona di sicurezza, rendendoci meno attenti alle insidie del mondo reale, dall’altro la semplice conoscenza che ci rende sempre vigili e consapevoli di noi e delle cose intorno a noi.

  Due metafore per parlare del web e del suo bene e del suo male, la connessione universale che crea un interscambio a tutti i livelli e la dipendenza provocata anche da situazioni di monopolio che può causare una ipnosi di massa: gli “zombie digitali”. Responsabili il pc ma soprattutto lo smartphone, ormai divenuto una protesi di uso e abuso quotidiano, in particolare fra i giovanissimi, le giornate spesso vissute all’ombra dei social, convivendo con il loro doppio o avatar che dir si voglia nelle nebbie della realtà virtuale. Ma non solo loro, certo, quanti adulti osserviamo assorti in un compulsivo cliccare sulla tastiera dello smartphone non per necessità ma solo per riempire i propri spazi vuoti, il che significa non-contatto con se stessi e con gli altri? Siamo tutti “inforg”, il neologismo coniato dal filosofo Luciano Floridi per definire l’individuo funzionale alla Rete e non viceversa? Troppo materiale sul display, spesso spazzatura, un multitasking digitale che se non gestito con intelligenza può creare grossi danni non solo a livello neurologico, per saturazione (già esiste un ambulatorio psichiatrico per dipendenza digitale) ma fisici (quanti incidenti anche mortali per un sms alla guida dell’auto o camminando con gli occhi incollati al display del cellulare).

  Il tempo, il nostro tempo che già ci sfugge nell’accatastarsi dei giorni, viene ulteriormente compresso dalle piattaforme che regolano il mercato e ci propinano le ammalianti sirene di un parallelo mondo virtuale dove sfuggono i parametri e tutto acquista le sfumate apparenze del sogno. E se il nostro mondo fosse davvero Maja, illusione, concetto che chiama in causa addirittura la fisica quantistica? Ma a rompere l’incanto è il linguaggio, la comunicazione interumana, l’io-te che nei secoli si è evoluto nella sua doppia valenza di verità e simulazione, soprattutto con la nascita dei mass media e qui l’A. cita, quale antefatto storico, l’annuncio in radio dell’invasione marziana, 1938, Orson Welles. Puro divertissement ancorché fonte di panico e comunque artificio, potenziale manipolazione della notizia che, con l’ampliarsi dell’offerta mediatica, acquista sempre maggior consistenza. Fino all’avvento del web, una democrazia digitale informativa e di comunicazione fittizia in quanto la logica di mercato delle grandi compagnie punta sull’algoritmo per pilotare la (falsa) libertà degli utenti.

  Qualcuno l’ha chiamata click economy perché ciò che conta è pigiare il tasto per generare profitto, ogni “like” un punto in più ma anche un appropriarsi dei nostri comportamenti, facilitati dalla frammentazione che pullula in Rete, sia a livello individuale (blog, chat ecc.) sia come piattaforme (TikTok e simili). Frammentazione che è diretta conseguenza del progressivo declino dei media tradizionali, giornali soprattutto (i tempi di scansione: il web è qui e ora), al quale è seguito un libera tutti dove l’algoritmo ci sguazza, per così dire. Ognuno dice la sua in contrasto con l’altro e in breve il blog diventa un pollaio dove, a botte di like (quando ci si insulta di brutto, come nei talk show della tv spazzatura), è facile condizionare gli internauti. Ci si esprime euristicamente, per via di pensiero breve, appena abbozzato, di gente perlopiù poco avvezza alla lettura, impigrita dal web, sms e varie, o rimbambita dalla “infoxication”, l’eccesso di informazioni. E questo è l’impero algocratico, come spiega l’A. dove germogliano continuamente fake news che nessuno controlla e dove, prepotente, fa il suo ingresso la AI, “Artificial Intelligence”.

 “E se ci stessimo avviando a grandi passi verso una consegna alle macchine del controllo del reale?”. Bella domanda e in proposito si fa riferimento al caso di Dublino, 2024, la sera di Halloween, quando migliaia di persone confluirono nel centro cittadino per un evento fasullo organizzato da un sito che usò un software col solo scopo di ricavarne profitto. Una “patacca” che con la AI, più a largo spettro, usando il linguaggio mutuato dall’uomo, potrebbe anche ripetersi e già si è verificato, nel 2017, l’inquietante episodio di due bot che comunicavano in un inglese incomprensibile, come se stessero inventando un idioma tutto loro. Di particolare interesse poi l’esperienza di Claude Opus 4 sviluppato da Anthropic, la sua condotta col tecnico e, soprattutto, le sue straordinarie capacità addirittura filosofiche (la citazione dei Veda). Anche nel campo giornalistico la AI può essere utile e già in alcune testate collaborano umani e algoritmi ma è compito dei primi vigilare affinché l’aiutante elettronico non infranga le regole deviando su percorsi eticamente discutibili o banalmente commerciali.

  Ecco, l’etica, ma come la si può applicare nella maniera giusta ad un qualcosa che nel tempo si dilata creando un overload digitale col rischio di farci diventare tutti “infobulimici”? Il transumanesimo con i suoi profeti, come Ray Kurzweil, vede nell’integrazione uomo-macchina un futuro propizio, le “magnifiche sorti e progressive”, ma non tiene conto di due fattori: l’uomo sotto assedio digitale si logora, la macchina, emozionalmente neutra, si accresce. E qui subentra l’avventura professionale dell’A. il primo ad intuire, quando internet in Italia era solo un timido balbettìo, le potenzialità del giornalismo digitale che praticamente battezzò lui, creando sul web ”Infocity” (1994). Ha seguito e studiato nel tempo i vari momenti-chiave del processo internautico, fino all’accelerazione attuale, con l’avvento dell’AI. e una cosa ha sempre avuta chiara: la centralità dell’uomo che governa la macchina e sa come rapportarsi ad essa.

   Nel capitolo “Coscienza ultima frontiera” entra in gioco la carta vincente, cioè la percezione del reale, l’intuito anche, quello che nel 1983 un ufficiale sovietico seguì evitando un conflitto nucleare. La coscienza insomma, che certo non possiede l’AI, ma per tenerla “accesa” dobbiamo non demandare sempre, come purtroppo avviene soprattutto fra i giovani (anche gli adulti non scherzano), allo chatbot di turno la soluzione di problemi che potremmo risolvere da soli, appena sforzando la mente. Oltre a un depauperamento culturale si rischia una pericolosa superficialità cognitiva e in più si fa il gioco delle piattaforme alle quali interessa solo il marketing digitale e poco il lato informativo che pure c’è, basta saperlo sfruttare usando il cervello. “Per gli umani potrebbe talvolta essere necessario staccare la spina e riconnettersi a se stessi”, conclude Enrico Pulcini al termine di questa inquietante, come detto all’inizio, ma anche intrigante (e documentatissima, vedi la bibliografia) passeggiata nel lato dark di internet. O che potrebbe diventare tale se abbassiamo la guardia.

 In fondo è tutta una questione di pixel.

“La fine della realtà. Il lato oscuro dell’informazione digitale”, di Enrico Pulcini. Pagg.230, euro 16. Editore Logout.

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