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Foemina picta

La donna dipinta, cioè il rapporto della figura femminile con la pittura, rapporto sempre controverso, soprattutto nel caso della donna protagonista in prima persona, con le sue difficoltà ad affermarsi in una dimensione dove l’arte era un privilegio maschile (pensiamo a Fede Galizia, Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani. Solo nel XX secolo la donna pittrice troverà una sua identità). E difficoltà anche nel caso della donna come semplice comparsa, ovvero modella e musa di generazioni di pittori, rappresentata seguendo canoni squisitamente estetici. Soprattutto e questo è il punto, non la donna in sé, con tutto il suo specifico, bensì la sua interpretazione, una tipologia ricca di suggestioni ma sempre lontana dalla verità.

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Quella che la mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Roma affronta per ricostituire una fisionomia compiuta: “Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione”.
Il sottotitolo parla chiaro, “L’evoluzione dell’immagine femminile, protagonista della creatività dalla fine dell’Ottocento alla contemporaneità”. In effetti è sul crinale fra secolo XIX e XX che la donna acquista sulla tela maggior pregnanza, esaltando tutta la particolare tipologia dei secoli passati, sintetizzata ora nel dualismo angelo e dèmone, la presenza di eros sullo sfondo. Emblematico in tal senso il trittico “Le vergini savie e le vergini stolte” (1890), opera di fine gusto liberty nonché capolavoro di Giulio Aristide Sartorio (autore del grande fregio alla Camera dei Deputati). Notevoli anche “Angelo dei crisantemi” (1921), di Giuseppe Carosi, “La sultana” (1913), di Camillo Innocenti, dalla forte impronta divisionista, e il lussureggiante“Frigidarium” (1882), di Alessandro Pigna, tutte opere che risentono di un clima decadente, di sapore dannunziano, dove la donna s’impone soprattutto come “femme fatale”, angelica e perversa seduttrice che trova la sua consacrazione nelle grandi dive del cinema muto (il “tipo”incarnato da Lyda Borelli, Francesca Bertini, Pina Menichelli).
Baricentro resta comunque il corpo, la fisicità che esprime non solo il puro piacere estetico del nudo in sé, linee e forme, ma cerca di penetrare nell’intimo del mistero femminile. Ci riesce in parte, i tempi non sono ancora maturi, e tuttavia opere come “Donna con fiori” (1910), di Adolfo De Carolis, tutto morbidi languori, “Serenità” (1925), di Felice Carena, dagli echi giorgioneschi,  “Nudo di donna” (1926), di Arturo Dazzi, di plastica sensualità, o, ancora, “Frammento” (1930), di Marino Marini, scultura di classica purezza, già recano in sé qualcosa di inedito. E’ come un fra le righe, vaghe o più decise allusioni al mistero femminino, la cui essenza si percepisce fra le pieghe di un quadro o di una scultura, nel portamento, in uno sguardo, nella figura stessa. Un che d’indefinito, una sorta di pudico sguardo nell’anima, quale ben traspare nella sezione dedicata ai ritratti, “Violette” (1913), di Lionne, “Nel parco” (1919), di Amedeo Bocchi,  “Donna alla toletta” (1930), di Antonio Donghi, con i suoi tratti di realismo magico, e soprattutto “Il dubbio” (1907), di Giacomo Balla, che, nella sua intrinseca ambiguità, riassume ed esprime l’enigma femminile (ma è qualcosa che viene da lontano, già racchiusa in una elegante terracotta di Vincenzo Gemito: “Ritratto di Anna Gemito” (1886).

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Ma c’è anche la maternità, un altro “topos” imprescindibile nelle arti figurative, che il fascismo esaltò, la figura della madre come pilastro fondante della società: colei che dona i figli alla patria (che poi ne farà carne da cannone, ma questo è un altro discorso). E’ la retorica del regime che s’incarna in opere peraltro più che dignitose, come il raccolto “Maternità” (1921), di Luigi Trifoglio, “Le madri” (1924), di Antonio Calcagnadoro, di sapore espressionista, “Mater dolorosa” (1931), di Virginia Tomescu Scocco, di quieta mestizia. Tuttavia, pur in questo clima trionfalistico, è presente come un percorso sotterraneo che mostra la donna “altra” dall’ufficialità: ed è l’intimismo di “Le sorelle” (1929), di Cesare Breveglieri e “Mattino” (1930), di Contardo Barbieri o le atmosfere rarefatte di “Le spose dei marinai” (1934), di Massimo Campigli.
Sì, ancora persiste l’immagine muliebre in un’accezione squisitamente materna (“La Madonnina”, 1940, delicata terracotta di sapore donatelliano di Tommaso Bertolino), ma qualcosa sta cambiando e nel dopoguerra inizia una cammino nuovo. Opere come “Sibilla” (1951), agile bronzo di Emilio Greco, vanno simbolicamente in questa direzione, la donna che da oggetto d’arte diventa soggetto e protagonista del suo tempo. E’ la presa di coscienza che matura negli anni ’60-‘70, nei collettivi e nei cortei femministi, qui documentata da filmati d’epoca e materiale d’archivio. La costruzione di una diversa e più precisa identità femminile, fuori degli schemi, una ricerca che comporta soprattutto la riappropriazione della fisicità. Il proprio corpo centro delle pulsioni e fulcro di un work in progress tuttora in corso e che “L’altra ego” (2004), di Giosetta Fioroni e Marco Delogu, stampa a getto d’inchiostro su alluminio, con la sua immagine femminile tutta sfaccettature, sembra voler sintetizzare. Una metafora stilizzata della donna proiettata nel futuro.

“Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione”, alla Galleria d’arte Moderna di Roma (via Francesco Crispi 24), fino al 13 ottob re, da martedì a domenica h.10-18,30, ingresso euro 7,50 intero e 6,50 ridotto per i non residenti, 6,50 intero e 5,50 ridotto per i residenti. All’interno della mostra alcune interessanti opere anni ’30 di Fausto Pirandello, in particolare “Il remo e la pala” (1933), dalla forte tensione simbolica che ben si esprime in un cromatismo denso e pastoso.

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