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I Clockers e l’Italia dei migranti

foto I. Antonelli

foto I. Antonelli

  The Clockers, band romana che in pochi anni si è conquistata un proprio spazio presso gli amanti del rock di qualità, dove la ricerca di un sound delle radici si colloca in una visione più ampia. Un tempo questo era definito “messaggio” o “impegno”, veicolato soprattutto dai testi oltre che dalla musica, comunque qualcosa che invita a riflettere. E la loro ultima fatica, il complesso e variegato “The Italian Job”, rappresentato con successo al Teatro Orione, va proprio in questa direzione, un’opera rock che evoca il periodo in cui noi italiani eravamo i migranti, valigia di cartone e sogni di una vita migliore.

  Un’opera multimediale, che assomma alla musica voce recitante, figuranti talora quasi in un funzione di coro alla greca, spezzoni di filmati d’epoca. Un’opera che si compone di vari quadri (se ne possono ravvisare quindici) inanellati l’uno nell’altro, un’alternanza narrativa il cui filo conduttore, l’anima segreta, è un rock ora energico ora più meditato. Un tipo di rock che ben esprime, caratterizzandone i vari momenti emotivi, la diaspora di almeno quattro generazioni di italiani costretti dalla vita grama in patria a varcare l’oceano, l’immensa distesa salata che molti vedono per la prima volta.

  La voce recitante introduce a questa che è una lunga parabola iniziata nella seconda metà del XIX secolo, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, e proseguita nel XX. Il risultato è trenta milioni di italiani sparsi per le Americhe, l’Australia e il Nord Europa, 80 e passa gli oriundi italiani e la migrazione continua, non per fame bensì per miopia socioeconomica (e burocratica) degli organi statali (la “fuga dei cervelli”). Ma torniamo al tema dell’opera. Un sound martellante, voce, chitarre, batteria e tastiere all’unisono precede la visione di un’umanità dolente che, il cuore strizzato dalla nostalgia di una terra avara eppure amata nonostante tutto, sbarca a New York.

  Si taglia il cordone ombelicale con il posto degli avi, è tutto uno sventolìo di fazzoletti per salutare ma anche per tergere le lacrime: ora è tempo nuovo, di un sogno che ha però cadenze aspre, dure come le “coal mines”, le miniere di carbone dove i paisà spendono la loro vita di sudore e polmoni che s’attossicano giorno dopo giorno. E subentra, con sullo sfondo lo scorrere d’immagini d’epoca, “italian refugees”, una ballata dai toni struggenti, a sottolineare quella che fu un’epopea del dolore, nervi  e sangue per acquistare una dignità di esseri umani. E magari tocca fingere, come il picciotto di Partinico che scrive lettere entusiaste ai suoi e manda soldi e benedizioni mentre in realtà vive in una topaia e stringe la cinta mangiando (quando capita) una volta al giorno. E’ il quadro “Partinico-Uruguay”, narrato sul filo di un melos dal forte ed aromatico sapore folk-rock, tutto da gustare.

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  Il porto di Napoli, la nave, i figuranti in gruppi plastici che mimano i nuovi esuli, una donna che si narra e narra del viaggio, l’approdo nella Grande Mela, altre immagini in sequenza con la colonna sonora in chiave squisitamente bluesy. Stacco e segue una scena di violenza nella più pura tradizione gangsteristica, l’assassinio nel saloon del barbiere, è il Proibizionismo (scorrono le immagini del massacro del giorno di San Valentino). La voce recitante legge le lettere dal carcere di San Quintino, ora la mala italo-americana comanda a Broccolino e dintorni, quasi un riscatto dal tempo dei paisà destinati ai lavori più umili.

  E la saga continua nel tempo. La guerra è finita, dalle città ferite partono giovani e meno giovani in cerca di fortuna, i treni che ancora funzionano li portano verso la Germania e i paesi del Nord. Un ritmo di ballata benedice l’inizio del loro viaggio poi la musica s’apre a ventaglio ed è un rock adrenalinico, scandito da un “drumming” molto sostenuto, che accompagna e consacra la trasformazione da crisalide in farfalla, quando, fiorito dalla costanza di generazioni di migranti, si afferma nel mondo l’ “Italian Style” (è lungo la strada dei paisà e lo simboleggiano le scarpe allineate sul palco e il motivo in parallelo, l’energica “Italian Shoes”). Sì, in questa lunga saga c’è del positivo e del negativo, come sottolinea la voce recitante a proposito della Grande Mela (da un lato Lucky Luciano, dall’altro Fiorello La Guardia sindaco di New York, il riscatto dei paisà). Ma in fondo tale è la Storia, un coacervo di bene e di male che costella il nostro cammino terreno e il finale dove tutti s’affollano sul palco rappresenta proprio questa unità degli opposti. E l’ “Italian Style” ha qui la sua culla.

  Quarto lavoro dopo “Summer of Love”, “Timeless” e “Love § Dirty Roads”, questo “The Italian Job” risulta senz’altro il più complesso e fascinante non solo per la materia trattata ma per la sound-track di sfondo. Un rock, come dicevo, ora esplosivo ora più introverso, che miscela vari, dal folk al blues, con effetti che, nel contesto scenico, con i figuranti e le narrazioni della voce recitante, hanno un sapore quasi da psicodramma. Il tutto risulta un meccanismo ben congegnato grazie all’abile regia di Claudio Boccaccini che è anche attore insieme a Euridice Axen e Francesco de Francesco. Questa la line-up dei Clockers: Ray D’Antoni, autore, voce e chitarra, Fabio Farina, chitarre e cori, Angelo Molino, tastiere e cori, Rob Mauro Munzi, batteria, Anton Caleniuc, basso. Special guest  Luciano D’Abruzzo, tastiere,  Erin Mellon Trio (Elisabetta D’Amato, Federica Mazzagatti, Alessandra Illuminati), cori e chitarre. E, naturalmente, il folto gruppo dei figuranti, i ragazzi della scuola di teatro “La stazione” con la direzione dello stesso Boccaccini.

10 Commentia“I Clockers e l’Italia dei migranti”

  1. Musica di qualità, storia vera di gente comune, di persone che hanno lasciato l’unica ricchezza che avevano, l’amore per la propria terra ed i propri cari. Uno spettacolo che ha emozionato, fatto pensare, sorridere e riflettere. Uno spettacolo che dimostra come impegno e passione, anche in un mondo pieno di falsi eroi e di veline, di prodotti usa e getta basati sul nulla, su format che non ci appartengono, riesce a divertire e commuovere, a sentire musica, sentire parole vedere persone muoversi su un palco. Quasi fosse una tragedia greca di altri tempi. Perchè non è la storia degli italiani all’estero che va in scena. La scena è anche la Storia del Teatro, della Musica, della Rappresentazione. La nostra storia Classica di cui dovremmo andar fieri e che abbiamo barattato per un sorso di Coca….

  2. È un bellissimo articolo che rende bene l”idea della complessità della.vita e delle.sue inquietudini,passate e presenti.La musica. In questo caso il rock,per lenirne le ferite.

  3. claudio trionfera // 27 febbraio 2017 a 15:32 // Rispondi

    Beh un gran gruppo e una bella messa in scena su una traccia narrativa importante. Bell’articolo, anche, frutto di una sensibilità visiva e musicale di primo piano da parte del suo autore

  4. Davide Villani // 27 febbraio 2017 a 15:33 // Rispondi

    Bell’articolo,scritto molto bene

  5. Un articolo che ha saputo ben descrivere le sensazioni e l’empatia del progetto. Eccellente!

  6. Dopo questo articolo e visto il vodeo, non resta alcro che assistere alla loro rappresentazione! :)

  7. bravi!

  8. Non sapevo nulla dei Clockers e adesso ho voglia di conoscerli, ascoltare i loro lavori, vederli. Bellissimo articolo, un modello di quello che dovrebbero essere gli articoli musicali (e qualcuno ne ho scritto anch’io, quindi so quanto non sia facile).

  9. Gran bello articolo, Antonio come al solito è lucido e accattivante, viene subito voglia di ascoltare questo gruppo! grazie per la segnalazione!

  10. massimo valentini // 28 febbraio 2017 a 16:52 // Rispondi

    E’ un piacere conoscere un gruppo in cui la parte artistica e quella culturale si sposano per lanciare un messaggio musicale originale e sensibile al mondo in cui viviamo.

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