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Il Bach di Angela Hewitt

Davvero ottimo l’inizio della stagione alla Filarmonica Romana, con il concerto di inaugurazione nel segno del sommo Bach interpretato dalla pianista canadese Angela Hewitt che ha diretto l’Ensemble da camera dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Quattro concerti originariamente per cembalo, archi e flauti, nella trascrizione per piano, che Johann Sebastian compose a Lipsia, dove era Kantor della Thomaskirsche nonché direttore del Collegium th02Musicum. In tutto una dozzina di lavori dove si avverte la sua profonda (e meditata) conoscenza del concerto grosso italiano, al quale si avvicinò durante il periodo di Weimar, come Kappelmeister. Torelli, Albinoni, Corelli e soprattutto Vivaldi, del quale trascrisse varie opere, fino a comporre il bellissimo “Concerto italiano” per tastiera. 
  Era lo stile brillante della musica italiana che lo affascinava, la sua solarità che, sin dalle prime battute del Concerto n.3 in re maggiore (versione del Concerto in mi maggiore per violino, archi e continuo), Angela Hewitt dimostra di aver ben compreso. Già nell’Allegro iniziale il suo linguaggio pianistico si dispiega con una fluidità narrativa che nei successivi movimenti, in quel dialogo serrato con gli archi, s’amplia in una serena visione d’insieme. Ed  è proprio la briosità tutta italiana che Bach aveva innestato sul suo pur magnifico – e spesso sublime – rigore luterano, la componente profana che va in parallelo con quella sacra e regge bene il confronto. Inoltre, guardando anche al concerto grosso italiano, Bach aveva affrancato il cembalo dalla funzione obbligata di basso continuo, rendendolo autonomo come solista e nel rapporto con gli archi e i legni.
E questi ultimi sono presenti nel Concerto n.6 in fa maggiore per due flauti dolci, clavicembalo, archi e continuo (versione del 4° Brandeburghese), creando come una dimensione liquida, dove il tocco morbido ma deciso della Hewitt s’inserisce in maniera assolutamente deliziosa. Sobrietà ed eleganza, tale il registro a lei abituale, una scioltezza stilistica che seduce immediatamente l’ascoltatore, come traspare anche dal Concerto Brandeburghese n.5 in re maggiore per flauto, violino, clavicembalo e archi. Dedicato al Margravio di Brandeburgo cadde nell’oblìo fino a metà ‘800, quando, grazie a Mendelssohn che aveva riscoperto e rivalutato tutta la sublime bellezza della “Passione secondo Matteo”, a Bach venne fatta giustizia, riconoscendogli un posto d’onore nella storia della Musica.
Chiude il Concerto n.1 in re minore, trascrizione di un lavoro violinistico, che è tutto un vivace e piacevole rincorrersi del piano e degli archi, soprattutto nel bellissimo primo movimento, allegro. Qui più che altrove si sente l’influsso italiano, nella tendenza al concertante, che la Hewitt padroneggia alla grande, perché questo è il “suo” Bach (sta finendo di incidere l’opera omnia per tastiera del Grande di Eisenach). Figlia d’arte (il padre era organista nella cattedrale di Ottawa), Angela si è imposta negli anni come fine esegeta bachiana, divenendo artista di fama mondiale. Qui in Italia è di casa, in qualità di Direttore Artistico del Trasimeno Music Festival, una settimana di musica di alto livello nella magica cornice del Castello dei Cavalieri di Malta di Magione. Decisamente meglio di così non si poteva commemorare Roman Vlad, al quale è stato dedicato il concerto di apertura della nuova stagione romana della Filarmonica.

1 Commentoa“Il Bach di Angela Hewitt”

  1. Stefano Valmaggi // 13 gennaio 2020 a 14:13 // Rispondi

    Caro Antonio, è stato un piacere conoscerti, ho letto un paio di articoli, i quali sono pieni di contenuti e riferimenti, complimenti! Segnalo il tuo sito ad amici e conoscenti. A presto Stefano

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