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Il mondo incantato di Botero

  Di certo fa uno strano effetto confrontare i due  striscioni apposti sulla facciata est del Vittoriano, dove si svolgono abitualmente le grandi mostre. Da un lato quella di Boldini, con le sue donne stile Belle Epoque, flessuose e languide, dall’altro la bellezza muliebre come la rappresenta Botero, pingue e fuori misura. Esorbitante addirittura e il “Cavallo con briglie”, scultura in bronzo posta all’ingresso, con la sua sovrabbondanza volumetrica (riproposta all’interno con la tridimensionalità di Donna sdraiata” e “I ballerini”) introduce subito alla poetica dell’artista colombiano.

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  Una poetica tutta particolare, che scaturisce proprio da quelle sagome ubertose,  dove l’eccesso figurativo sfiora il naif per poi definirsi in una compiuta plasticità di linee e forme. Ed è questo che colpisce subito l’attenzione, la struttura  d’insieme, con la sua leggerezza sorprendente in rapporto all’opulenza generale. E qui subentra un discorso che riguarda il contesto originario di Botero, la cultura latino americana con la sua complessità. Che è un misto di sogni, dolore, ebbrezza di sentimenti, le cui radici affondano in un passato (remoto e più recente) di violenza, quel misto che riaffiora sempre, da Siqueiros a Garcia Marquez.

  Ma Botero ha un debito con l’Europa dove ha soggiornato a lungo, Spagna, Francia e soprattutto Italia ed ecco le sue versioni “rinascimentali” con il dittico relativo a Piero della Francesca e “La Fornarina”, in rapporto a Raffaello. Il colore e l’atmosfera rivisitati con uno sguardo incantato, quella levità di cui dicevo prima, che permea tutte le 50 opere in mostra, le quali coprono mezzo secolo di pittura (scaglionata in sei sezioni). La cifra comune è appunto una sorta di innocenza di fondo, sia che Botero guardi indietro ai  grandi maestri (vedi “L’infanta Margherita Teresa”, omaggio a Velazquez, o “Rubens e sua moglie”, omaggio ai fiamminghi), sia che proponga scene di vita quotidiana.

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  Qui raggiunge i momenti più felici, perché parla della sua gente, ritraendola in atteggiamenti dove traspaiono i tipici moduli narrativi della cultura popolare, con in più qualcosa fra ingenuo e assorto. E’ la compiaciuta intimità domestica di “Le sorelle” e de “La vedova” o la sospesa atmosfera de “La strada” o, ancora, la rilassatezza degli innamorati di “Picnic” e dei gaudenti di “Fine della festa”. E su tutto e in tutti aleggia un che di trasognato, ancor più evidente nella sezione dedicata ai quadri a soggetto religioso, un tema che abbiamo conosciuto nella mostra dell’anno passato al Palazzo delle Esposizioni, sulla figura di Cristo. Ma non v’è particolare che rimandi a quella drammaticità di fondo, i personaggi sono immersi in un loro climax contemplativo-fiabesco, “Passeggiata sulla collina”, “Seminario”, “Il nunzio”, “Cardinale addormentato”. Nulla di mistico o affine quindi, bensì un trasporre immagini normali, di consuetudine, in un contesto che Botero non dice ma solo suggerisce esser sacro (“Nostra Signora di Colombia”).

  Il colore, ovviamente, gioca un ruolo fondamentale nella sua pittura, un colore acceso, vistoso, esuberante come la natura del continente latino-americano. Così nella serie di nature morte che se evocano tonalità cezanniane pure, nella loro sgargiante tessitura, hanno un timbro decisamente autoctono, ovvero riverberano la densa cromìa di foglie, frutta, vegetazione, quel torrido respiro della natura che spesso impregna anche le pagine scritte (ad esempio Asturias). Un colore che si cristallizza nelle figure muliebri, il cui aspetto matronale riempie la tela, come le due versioni de “Il bagno” e “Donna seduta”, mentre “Adamo ed Eva” merita una menzione a parte, per quella sua aria di semplicità, l’originario candore edenico appena turbato dall’apparire del serpente.

  Il colore, che nella sezione politica diviene elemento di sottile ironia, lo sfoggio del Potere de “il presidente” e “il presidente e i suoi ministri”, e questi gli fanno da corollario con le loro divise impeccabili e poi i ministri, gli alti prelati, i portaborse (e come non pensare a Garcia Marquez?). E così il dittico “Il presidente, La first lady”, ma è nell’ultima sezione, il circo, che si esprime quasi con leggiadria la personalità artistica di Botero, in un racconto pittorico dove l’elemento ludico appare intrinseco ai personaggi. “Un soggetto bellissimo e senza tempo” ebbe egli a dichiarare nel suo soggiorno messicano, fascinato dai soggetti che per lui esprimevano la vitalità ed il colore del mondo circense. “Contorsionista”, “Gente del circo con elefanti”, “Pierrot”, “Pagliaccio”, opere nelle quali il gioco e lo stupore che esso suscita formano un suggestivo amalgama (e il circo ha ammaliato un altro grande artista latino-americano, Alejandro Kokocinski).

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  E questo è Fernando Botero, 85 primavere sulle spalle ed un fama internazionale. “Credo molto nel volume, in questa sensualità che nella pittura suscita piacere allo sguardo. Un quadro è un ritmo di volumi colorati dove l’immagine assume il ruolo di pretesto”. Proprio così, lo spunto narrativo per parlare di una dimensione che non ha mai conosciuto il Peccato Originale, anche se il serpente è lì per tentare Eva.

“Botero” al Vittoriano, fino al 27 agosto, da lunedì a giovedì h.9,30-19,30, venerdì e sabato h.9,30-22, domenica h.9,30-20,30. Biglietto euro 12 intero e 10 ridotto, audio guida compresa (biglietto unico Botero + Boldini 20, ridotto 10). La mostra è prodotta ed organizzata da Gruppo Arthemisia e MondoMostreSkira, a cura di Rudy Chiappini. Per informazioni 068715111 e www.ilvittoriano.com

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