La Romania di Mircea Cantor a Palazzo Altemps
di Luigi Fattorini
L’arte, come si sa, è espressione, e questa può essere tanto quella di un singolo quanto quella di una collettività. Volendo con l’arte si può provare a presentare un paese intero, ed è quello che ha tentato di fare Mircea Cantor con le opere esposte nella mostra “Costellazioni dell’antico” che da giovedì 9 luglio è visitabile presso Palazzo Altemps.Romeno classe 1977 (è nato ad Oradea, nella regione della Crișana, al confine con l’Ungheria), Cantor è un autore di dimensione transnazionale: vive e lavora tra la Francia e la sua Romania, ma con qualche puntata occasionale – come questa – viene anche in Italia. Artista dallo stile di “ritmo e simmetria” è molto attento alla storia del suo paese che veicola costantemente, in primo luogo c on riferimenti “simbolici”, non di rado al passato comunista, ma in generale a tutte le fasi storiche del suo popolo. E’ questo lo spirito con cui egli intende accogliere ed accompagnare il visitatore lungo la sua mostra. Una mostra nella quale due appaiono le direttive principali: l’espressione del “carattere romeno” (verrebbe da dire) e il dialogo con il mondo circostante, a cominciare da quello dell’ambiente che ospita le sue opere.
La prima che salta all’occhio è “I sette guardiani”. In Cantor è non poco ridondante il tema della colonna, che richiama quelle tanto utilizzate dalle civiltà nel passato, ma con una particolare attenzione – ovviamente – allo stile “a spirale” di quella di Traiano. In questo caso poi le colonne – comunque di vario stile, va detto – sono tutte sormontate da copricapi a pelliccia evocanti il “pileatus” (cioè l’esponente dell’antica aristocrazia dacica) e dialogano dentro la Sala delle prospettive non solo con le pareti affrescate ma specie con le statue di Ercole, di Asclepio, di Hermes e del torso di Satiro che sono disposte in circolo.
Una seconda opera pensata per colpire è il “Murus dacius”. Anche qui il richiamo storico è evidente, anche se il dialogo più che con l’ambiente in questo caso è col tempo presente, oltre che nella continuità – o magari nello sviluppo – delle tradizioni popolari. Non è infatti solo che, incastonate tra le due mura vi sono delle teche indicanti il folklore delle regioni romene (come ad esempio un paio di “Opanak”, le tradizionali calzature diffuse in generali nei paesi balcanici), oltre alla presenza sul terreno di tappeti tradizionali realizzati a mano: è il senso stesso delle “mura” che difendevano un tempo le città dell’antica Dacia che si pone in dialettica con i “banali” mattoni contemporanei.
Terza opera che svetta è “‘Iperione addormentato” (Sleeping Hyperion – Hiperion dormind). In questo caso la raffigurazione e la collocazione sono più sottili, e forse efficaci. Non vi è solo il dialogo, a mò di apposizione quasi “a specchio”; questa volta con la affascinante testa delle Erinni addormentata (riproduzione di un originale greco fatta in epoca romana, presente nella ricca collezione Mattei), ma anche il fatto che questo dialogo avviene con un intreccio tra la classicità e il costante “popolarismo” romeno. La maschera che compare analogamente addormentata, se è intitolata al titano Iperione (che con le Erinni aveva in comune la figura di Urano) riproduce a grandezza naturale il volto di Mihai Eminescu, il principale poeta romeno, il quale riposa su una pila di tradizionali coperte di lana.
E non è finita qui, poiché l’artista ci tiene che il cammino sia contraddistinto da altri richiami. Quello della guerra ad esempio, che appare evidente in una riproduzione fatta in poliuretano del suicidio dell’ultimo re dei Daci Decebalo (una delle scene più note della Colonna Traiana), nella quale dei piccoli “specchi” apposti servono a far sì che il passato “colpisca” il presente. Oppure anche quello più banale degli odori, visto che accanto a degli imponenti “Ex voto” (colonne di legno di quercia annerite dal bruciore sulla cima), si accompagna una piccola stecca di incenso. E per chiudere, un’altra espressione tradizionale, quella della diffusione della cultura a livello popolare. Una grande teca contenente libri di storia della Dacia, fotografie, cimeli e oggetti popolari, intende raffigurare “L’Eco di Badea Cârţan”, il contadino autodidatta della Transilvania austroungarica, che nel corso della seconda metà dell’Ottocento fece opera di acculturamento presso i suoi connazionali, nonché volle provare a combattere per l’unificazione del suo territorio con la Romania indipendente, fino a venire a piedi a Roma sul finire del secolo proprio per vedere – anche qui ovviamente – la colonna di Traiano. E forse non è un caso che, accanto ad essa, sia stata posta seminascosta la “Costellazione delle prospettive”, che è un’altra delle colonne dell’autore fatta sempre “a spirale” e sormontata questa volta da filo spinato.
Insomma questa mostra, oltre ad evidenziare i “legami stretti tra i nostri due paesi”, come ha affermato l’ambasciatrice romena Gabriela Dancau, intervenuta all’inaugurazione), intende essere una “memoria del passato” nel presente, per usare le parole di Federica Rinaldi, uno dei due curatori della mostra assieme a Pier Paolo Pancotto. A chiudere il cerchio, non è sempre casuale che i discorsi inaugurali, con la ovvia partecipazione dell’Accademia di Romania a Roma oltre che dello stesso autore, si siano tenuti sotto la grande statua di Dace.
La mostra è visitabile fino al 27 settembre. Per informazioni www.museonazionaleromano/palazzo-altemps










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