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Le fave nella ricorrenza dei defunti

Quando un legume diventa tradizione

Frutta_di_martorana

Molti   sono  i dolci che vengono preparati  per la  ricorrenza dei defunti  e tra questi, le fave dolci, che fave non sono nel senso di legume, ma sono dolci delicati e gustosi.

La tradizione dolciaria italiana, molto varia, offre per l’occasione:  le  ossa dei morti,  gli stinchetti,  i pupi di zucchero, le zalete e, ovviamente,  le fave dolci dei morti, comuni a molte regioni d’ Italia.

Nella tradizione più classica, le fave si preparano con farina, uova, zucchero, burro e mandorle tenere e, dopo aver dato loro la forma delle fave al forno, si devono presentare ben cotte e scure all’esterno e tenere all’interno.

Una vera leccornia!

Va bene la premessa culinaria, ma credo sia necessaria qualche ulteriore annotazione.

Perché le fave? Qual è la ragione del loro impiego nella ricorrenza dei defunti?

La ragione affonda nella notte dei tempi.

Secondo un’antichissima tradizione le fave, sì, proprio il legume, erano  il collegamento  tra il mondo dei vivi e l’ Ade, l’oltretomba dei pagani, e quello era il modo per  i vivi di mantenere il contatto con i cari estinti.

Tutto nasce dalla forma e dal colore del fiore della fava: bianco con una  macchia nera a forma della lettera Tau dell’ alfabeto greco, iniziale  di Tanatos (morte): il bianco è il simbolo della vita e il nero quello della morte.

Per questo motivo, le fave  venivano  molto usate, come alimento,  nelle tradizioni funebri in  Grecia, in Egitto, a Roma e perfino nella lontana India.

I pagani allestivano sontuosi banchetti in onore dei loro cari estinti e la tavola era  imbandita con una grande varietà di succose pietanze, fave comprese, poiché si pensava che i morti vi prendessero parte e questo convito si chiamava parentalia.

Il motivo per cui si  creavano questi incontri era, sì, per  la pietà  verso i trapassati, ma molto più spesso  per paura di vendette  o di persecuzioni da parte di questi ultimi, o per  la paura della morte e degli spiriti in genere.

Il poeta latino  Ovidio, nei Fasti, parla dei Lemuraria (da Lemures, spiriti dei trapassati)

Queste celebrazioni avvenivano a metà maggio, quando le tanto importanti fave (i legumi, non i dolci) erano già sulla tavola di tutti.

Vai a capire, però,  se poi  piacevano ai morti!

In tale occasione, il capo famiglia, da solo e a piedi scalzi, si recava in un luogo solitario, dove c’era l’ acqua lustrale, si lavava tre volte le mani e prelevava l’acqua per portarla a casa allo scoccare della mezzanotte.

Dopo questa purificazione, si toglieva di bocca le molte fave che aveva portato con sè e le lanciava alle sue spalle, convinto che i morti stessero dietro di lui a raccoglierle, e pronunciava queste parole:

“ Io getto queste fave e con questo tributo  intendo redimere  me stesso ed i miei”

Pronunciata la formula, percuoteva con un bastone una lastra di bronzo facendo un chiasso infernale ( chissà con quanto piacere per i vicini di casa!) e con la  frase

“ Mani  paterni exite“

invitava gli spiriti degli antenati (ben sazi di fave)  a sparire per sempre dalla casa e dalla sua famiglia.

Questo avveniva nel mondo pagano, poi  il Cristianesimo, nella solennità dedicata ai morti, accettò il rituale delle fave, ma a scopo di beneficienza, per sfamare i poveri con il sostanzioso legume, la cosiddetta carne dei poveri, ma  anche  per i frati che  molto spesso digiunavano.

Nel  608 d. C. il papa Bonifacio IV, che aveva ricevuto in dono dall’imperatore di Bisanzio il Pantheon (Il tempio di tutti gli dei) lo riconvertì nella chiesa di tutti i santi (Santa Maria ad Martires)  e istituì, appunto, la festa di tutti i santi e l’anno successivo  quella dei defunti, diffusa poi in tutto il mondo nel 1048.

Con il medioevo e i secoli successivi, la cerimonia, spostata nel mese di novembre, diviene triste  e in certi momenti addirittura macabra.

Infatti, si ammanta di veli neri, teschi e scheletri con la clessidra in mano, che segnano il tempo e poi, ancora, la macabra e triste esposizione di ossa nella chiesa dell’ Orazione e morte, in via Giulia, a Roma, e in quella dei Cappuccini di via Veneto dove teschi, tibie, omeri e clavicole tappezzano i muri e pendono dal soffitto sotto forma di lampadario.

Ma quelli erano i tempi!

Dato che  Roma non aveva grandi  cimiteri, in passato, le cerimonie dei defunti avvenivano presso le chiese di S: Maria in Trastevere, di S: Giovanni in Laterano e di Santo  Spirito e duravano ben otto  giorni.

Nei cimiteri di quelle chiese venivano preparate delle rappresentazioni sceniche a cura delle varie Confraternite.

Nel fondo della cappella c’era un palco di tavole con uno scenario campestre  e delle figure umane di cera a grandezza d’uomo. I soggetti in questione erano ricavati dalla  Bibbia, per esempio la fuga in Egitto di Gesù, Giuseppe e Maria, o la cacciata di  Adamo ed Eva dal Paradiso  terrestre, ecc.

Inutile dire che l’ingresso  era parato a lutto, con una vecchia e sdrucita tenda nera con l’insegna, neanche a dirlo, della  morte.

Chi entrava per  vedere la scena,  veniva subissato da una continua richiesta di denaro: un lungo stillicidio che iniziava con le Confraternite  e continuava con un  esercito di  poveri, straccioni,  orrendi storpi  da corte dei miracoli!

Le Confraternite, dal canto loro, facevano a gara per creare la migliore  rappresentazione  scenica e artistica e quelli che riuscivano  primi si pavoneggiavano  davanti agli  altri per un anno intero …

2 Commentia“Le fave nella ricorrenza dei defunti”

  1. gianna romanello // 20 ottobre 2015 a 21:01 // Rispondi

    Ho letto con molto piacere questo articolo perchè delle Fave dei Morti me ne aveva parlato mio marito, originario di Marsala, e successivamente ho vissuto in prima persona la simpatica ricorrenza.
    Ricordo ceste ricolme di queste fave, una vera leccornia, e tavolate imbandite lungo la strada principale, ed era una bella fatica resistere alla tentazione.
    A parte il nome un po’ lugubre (fave dei morti), si celebra una vera e proprio festa e nell’aria serpeggia tanta ma tanta allegria.
    Adesso, grazie alla brava ed attenta autrice,so anche che è una tradizione che viene dalla notte dei tempi e so anche che i due colori del fiore del legume, bianco e nero, riportano alle divinità della morte e della vita. Molto interessante davvero.

  2. Il Medio Evo non è il periodo buio che molti ancora si ostinano a credere, ma non c’è dubbio che molti degli incubi che ancora resistono e sono molto diffusi, derivano proprio da lì, ovvero dai riti e dalle credenze che in quell’epoca servivano al potere, civile e religioso, per tenere sottomesso il popolo ignorante.
    Le fave dolci sono un bellissimo, e dolcissimo, antidoto a quegli incubi esagerati e per molti versi ridicoli.
    Ma lo dico col senno di oggi, ahimè.
    Bravissima l’autrice a cogkliere i vari aspetti della ricorrenza

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