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Manifesto di Julian Rosefeldt al Palaexpo

Se non vi piace l’architettura di Pio Piacentini e siete innamorati, invece, dell’arte contemporanea, e in particolare delle suggestioni di un certo cinema d’avanguardia, in lingua inglese, allora la video-installazione “Manifesto”, di Julian Rosefeldt, al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 22 aprile 2019, fa per voi.

Manifesto

Manifesto è in effetti una mostra molto particolare, costituita da 13 schermi che proiettano 12 filmati di 10 minuti e 30 secondi l’uno, ognuno relativo a un manifesto del Novecento,  più un altro più breve ispirato al manifesto comunista di Marx ed Engels, che è dell’Ottocento. Il tutto è inserito all’interno della Rotonda del Palaexpo, che di fatto scompare alla vista per far posto all’architettura minimalista di un percorso al buio dove, davanti al alcuni divanetti, possiamo sederci e vedere i filmati, tutti trasmessi in contemporanea. Protagonista dei filmati è Cate Blanchett, un’eccellente attrice (due volte premio Oscar) che si immedesima in diversi personaggi (tutti femminili, tranne uno), per farci conoscere il contenuto dei “manifesti”, rivisitati in chiave contemporanea dall’architetto tedesco Julian Rosefeldt nel 2015.
Se le immagini proiettate hanno indubbiamente un loro fascino, grazie anche alla bravura di Cate Blanchett, questo non significa che la mostra ci convinca del tutto, perché la prima impressione è quella di non capirci niente. È stato scelto di non mettere i sottotitoli in italiano per non rovinare le immagini, ma almeno un titolo al di sotto di ogni schermo, per farci capire di quale “manifesto” si tratti, poteva essere previsto. Per quanto mi riguarda, dopo una prima visione sommaria, sono dovuta uscire fuori per cercare di identificare i filmati, a fatica, grazie alle foto della protagonista relative ai “manifesti”, che vogliono essere un omaggio alla pratica novecentesca di proclamare, anche con rabbia, una nuova visione dell’arte, che fosse specchio di un mondo nuovo.
Solo in un secondo tempo, dopo aver letto il libretto con i testi, ho cominciato a capire qualcosa. Il libretto ovviamente verrà distribuito ai visitatori, che altrimenti, pur conoscendo l’inglese, rischierebbero di non capire il senso delle diverse sequenze filmiche.  La concentrazione oltretutto è disturbata, presumo volutamente, dal fatto che davanti a uno schermo giungono anche le parole relative agli altri filmati più vicini e a un certo punto sembra che immagini, suoni e parole inaspettatamente e inspiegabilmente si sintonizzino, creando la potenza di un coro. Un coro di grande effetto, ma non per questo “più comprensibile”. Ad ogni modo, come ha dichiarato l’artista, “nei filmati non c’è una storia e, se si perdono delle frasi, non importa”. I testi vanno letti a parte, o prima o dopo la visione.
E a quel punto, aggiungendo alle immagini dei filmati la lettura dei testi, scopriamo l’energia e la rabbia delle parole “manifestate” da giovani artisti e pensatori, tutti maschi, e interpretate invece da una donna, credibilissima anche nel ruolo di un barbone nel video relativo a “Situazionismo”, il cui sottotitolo è “Senza casa”.
Per noi italiani un interesse maggiore è dato forse da “Futurismo”, con sottotitolo “Broker”.  Parole come “Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa…” di Filippo Tommaso Marinetti, o “Distruggere il culto del passato, l’ossessione dell’antico, il pedalismo e il formalismo accademico” di Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini, ci suonano familiari.
Più difficile, ma interessante, ci appare il video ambientato nella periferia di Berlino intitolato “Architettura”, ovvero “Operaia in un inceneritore di rifiuti”. Significative le parole scritte dalla cooperativa di architetti Coop Himmelb(l)au (che significa cielo blu, mentre Bau significa costruzione): “Un’architettura che sanguina, che sfianca, che turbina e che rompe, anche. Un’architettura che accende, che punge, che squarcia e, sotto stress, lacrima… L’architettura deve bruciare”.
Anche il video “Suprematismo / Costruttivismo”, ovvero “Scienziata”, ci incuriosisce non poco per quell’atmosfera alienante che il regista riesce a creare in un ambiente asettico con la Blanchett racchiusa in una tuta bianca, che termina la sua performance con le parole di Kazimir Malevič: “In arte c’è bisogno di verità, non di sincerità”.
Sono presenti i video relativi a diversi movimenti artistici, riuniti anche a due o a tre, quali “Surrealismo/ Spazialismo”, “Pop Art”, “Arte concettuale / Minimalismo”, “Vorticismo /Cavaliere azzurro / Espressionismo astratto” e altri.
Nel video “Dadaismo”, ovvero “Oratrice a un funerale”, la Blanchett pronuncia le parole di Tristan Tzara: “Io sono contro tutti i sistemi. L’unico sistema accettabile è quello di non seguirne. Abolizione della logica: Dada. Abolizione della memoria: Dada. Abolizione dell’archeologia: Dada. Abolizione del futuro: Dada.

Dada non significa nulla. E voi siete tutti idioti”.
Sono espressioni di palese rottura con il nostro mondo. Ma effettivamente molta arte del Novecento, per chi non la capisce, non significa nulla. E francamente a volte si ha l’impressione che gli “artisti”, o meglio gli “pseudoartisti”, spesso ci prendano in giro, trattandoci da idioti.

MANIFESTO/ JULIAN ROSEFELDT
Palazzo delle Esposizioni, ; via Nazionale 194, Roma
26 febbraio-22 aprile 2019-02-26
Orari: Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10 alle 20; venerdì e sabato dalle 10 alle 22,30 Biglietti: intero 10 €, ridotto 8 €
www.palazzoesposizioni.it

1 Commentoa“Manifesto di Julian Rosefeldt al Palaexpo”

  1. frida bolognesi // 8 marzo 2019 a 11:19 // Rispondi

    Molto ben scritto e molto chiaro nel riassumere le complessità e le contraddizioni dell’arte contemporanea dalla quale siamo tutti incuriositi e infastiditi. Brava Nica

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