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Parliamo di psico-antropologia

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Nella seconda metà degli anni ’50, ormai conclusosi il lungo e faticoso periodo di ricostruzione seguito al dopoguerra, il nostro paese era alla vigilia del “boom” economico. La qualità della vita migliorava di giorno in giorno e un sempre più diffuso benessere era il basso continuo di una rivoluzione epocale, il passaggio fra due mondi. E qui si verifica la frattura antropologica che maturerà quelle contraddizioni emerse nel corso degli anni (vedi il ’68) e tuttora non risolte, ovvero il brusco trapasso da una società povera ma con un codice di valori ad una società opulenta ma priva di riferimenti simbolici. Una cesura troppo netta con la cultura di base contadina che aveva caratterizzato l’Italia fino ad allora, lo “strappo” del quale fu appassionato interprete Pasolini, denunciandone, inascoltato, i danni irreversibili. La frattura antropologica, appunto, il cui ultimo testimone fu un grande studioso di quella che Gramsci definiva la “cultura subalterna”, Ernesto De Martino, che ci ha lasciato testi fondamentali come “Morte e pianto rituale nel mondo antico”, “Sud e magia”, “La terra del rimorso”, sul tarantismo pugliese. E questo grande antropologo e un altro grande, Emilio Servadio, uno dei padri fondatori della psicoanalisi in Italia, furono i protagonisti di una spedizione scientifica in Lucania, nel 1957, rievocata da “In viaggio con De Martino”, di Emilio Servadio, a cura di Biancamaria Puma, psicologa e psicoterapeuta allieva di Servadio.
La spedizione venne finanziata dalla Parapsycology Foundation di New York e la ricerca sul campo diede ottimi risultati per la qualità e quantità di interviste e l’ampio materiale fotografico di corredo. Fu un lavoro di squadra riuscito soprattutto per la sintonia fra De Martino e Servadio, rappresentanti di discipline in apparenza distanti fra loro ma, nella sostanza, interdipendenti perché entrambi si addentravano in quella zona oscura che è l’inconscio collettivo. Per formazione culturale, erano sensibili ad “altro”, come una ritualità di tipo esoterico o le suggestioni sciamaniche, soprattutto Servadio. Di lui si veda, a pag.336, la conferenza tenuta a Roma nel 1959, al Teatro Eliseo, “Le oscure vie della guarigione”, dove propone come auspicabile per  il paziente una sorta di empatia spirituale fra lui e il medico. D’altronde ciò che causa il contatto fra contadino lucano e guaritore non è una forma di transfert? Certo molto primitiva ma comunque profonda, perché di tipo magico-rituale: dietro la figura del taumaturgo ci sono la Tradizione e il mondo degli antenati.
Nel suo accurato saggio introduttivo Biancamaria Puma traccia l’identikit umano e professionale dei due studiosi, con particolare attenzione a Servadio del quale, come s’è detto, è stata allieva. Questi sin da giovanissimo ha subìto il fascino dell’occulto inteso non in senso metafisico ma come dimensione tutta fra le righe, per così dire. (in famiglia si verificavano frequenti casi di telepatia che lui, avvicinatosi alla dottrina freudiana, interpretò come fenomeni di metapsichica). Allargò poi il suo orizzonte all’ipnosi, la magia, le pratiche medianiche, approfondendo il lato esoterico delle cose in India, dove si trasferì a causa delle leggi razziali. Nel dopoguerra cominciò a raccogliere i frutti di quella rivoluzione apportata con le sue ricerche  nel campo psicanalitico negli anni ’20 e ’30, partecipando a convegni, pubblicando saggi (e non solo: manifestando anche una buona vena poetica), fino a ricevere nel 1993 da Azeglio Ciampi il Premio speciale della cultura per medicina e psicologia. L’incontro con De Martino sancì una sorta di alleanza di studio, per la visuale ampia dell’etnologo che nella sua ricerca includeva anche il dato “altro” (definito da Servadio “uno dei pochissimi etnologi metapsichisti”). E dopo la Conferenza Internazionale di Royaumont che indicava la Lucania come campo d’indagine per le sue peculiarità magico-rituali, partì la spedizione, finanziata dalla Parapsycology Foundation di New York con il patrocinio del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma e l’Istituto di Etnologia dell’Università di Perugia. Un antropologo, uno psicanalista, un medico, un sociologo, un funzionario del Museo ed un fotografo verso il Profondo Sud che Carlo Levi aveva fatto riscoprire con il suo “Cristo si è fermato ad Eboli”.
La Lucania di Rocco Scotellaro e della irrisolta “questione meridionale” (peraltro tuttora insoluta) si presenta nella sua realtà di mondo rurale con una forte componente arcaica. Dalla ricerca sul campo fatta di incontri, interviste, testimonianze, emerge un mondo al limite del paranormale, dove il quotidiano è costantemente solcato da forze occulte. Un mondo in cui la “pigghiata d’uocchie” (il malocchio) è quasi la norma, il baricentro di una complessa fenomenologia dove si intrecciano affatturazioni (talora a morte), incantamenti, eventi medianici e di telecinesi, possessioni, presenza di poltergeist. E’ il mago-guaritore ad intervenire con formule, pozioni (nel caso anche filtri d’amore), talismani (fra questi i famosi “abitini”), in un mix di elementi sacri e profani. Ci si rivolge allo stregone e non alle medicina ufficiale perché questa, con i suoi codici, appare estranea, mentre il mago è parte integrante della comunità. Un atteggiamento tipico della “cultura subalterna”, diffidare di tutto ciò che è ufficiale, “alto”, e restare nel proprio territorio di conoscenza, perché questa rassicura.
E’ la parte più interessante e fascinosa del volume, il ritratto di un’umanità con i suoi codici di comportamento che vengono contestualizzati nella generale situazione socioeconomica di sottosviluppo. Castelsaraceno, Oppido Lucano, Valsinni, S.Costantino Albanese e gli altri paesi visitati offrono spesso un quadro di promiscuità, famiglie intere in una sola stanza, mancanza di servizi igienici, malattie come risìpola e casi di tbc, problemi sanitari di varia specie. E in tale scenario degradato l’antropologo, lo psicanalista ed il medico, parlando sia con gli affatturati sia con i maghi-guaritori, individuano gli aspetti che si possono analizzare scientificamente (isteria, suggestione, sessualità repressa) ma resta, alla fine, un lato oscuro. E’ l’ipotesi del paranormale, lo scopo della spedizione, lì come un interrogativo irrisolto. Ma c’è anche una nota poetica, l’incontro fra Servadio e Teresina, che lui aiuterà e manterrà agli studi seguendola fino all’età adulta e riscattandola così dalla sua condizione di inferiorità sociale.
Dunque un documento d’epoca, lo spaccato di un mondo contadino che nella ricerca di una fisionomia identitaria creava un suo codice alterno e contrario a quello “ufficiale”, usandolo per curare il proprio malessere fisico e spirituale (è quello che De Martino definiva la “destorificazione del negativo”). Il progresso e le mutate condizioni di vita hanno relegato quei fatti nel campo della superstizione e tuttavia il ricorso al magico non è un fenomeno del passato, anzi, perché l’Italia di oggi brulica di stregoni, guaritori, cartomanti (e ciarlatani, ovviamente). A differenza del passato che ad invocare l’occulto si era spinti da un puro bisogno di sopravvivenza, nel presente è un diffuso disagio esistenziale che fa compiere lo stesso percorso. Ed è malessere, oggi come ieri ma senza quel rapporto stretto con la Madre Terra che caratterizzava la civiltà contadina, conferendole quella forza interiore necessaria ad affrontare le proprie contraddizioni socioeconomiche e culturali.

“In viaggio con De Martino nella Lucania rurale tra magia e medicina popolare, di Emilio Servadio, a cura di Biancamaria Puma. Ed.Alpes, pagg.400, euro 25.

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