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Piccola grande Greta

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“Con Greta salviamo il pianeta!”.

Un grido, quasi un’invocazione che percorre la folla accorsa a piazza del Popolo per salutare una ragazzina devota a nostra Madre Terra. Un grido diventato magnificamente transgenerazionale, perché ci accomuna tutti, giovani e vecchi, nella difesa di un futuro che rischia non appartenerci più. E forse già non ci appartiene, perché pochi decidono dei molti, in nome del Profitto, di un capitalismo senza regole che sta devastando il pianeta e le sue limitate e mal distribuite risorse. I ricchi del mondo, i potenti, le multinazionale, le corporazioni disseminate ovunque succhiano la vita a quest’adolescente svedese (ed alla sua generazione) che qualcuno, vedi “Libero”, definisce “rompiballe”. E’ vero, lo è, ma a questo punto dobbiamo esserlo tutti, perché ci stanno suicidando in nome di un interesse per nulla collettivo, bensì somma di tanti e spesso loschi interessi individuali.
Le classi politiche che Greta accusa per la loro passività, in quanto da Kyoto in poi ben poco è stato fatto (e a spingere per cambiare rotta dovevano essere proprio i politici di tutto il mondo), l’hanno accolta con sorrisi e promesse, in realtà mostrando solo un paternalismo ipocrita che rimanda la soluzione a tempi da stabilire. E invece di tempo ce n’è sempre meno, 11 stagioni per cambiare rotta, ma proseguendo su questa strada quando Greta e i suoi coetanei avranno 25 anni si troveranno a vivere in un pianeta non più a misura d’uomo (come già non lo è oggi). Inquinamento, siccità, desertificazione, esodi di massa, una catastrofe ecologica che lei e i giovani di ogni parte del mondo con i loro “Fridays for Future” vogliono esorcizzare, spingendo i responsabili di questo disastro a realizzare non inutili castelli di parole ma fatti concreti.

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La nostra casa comune brucia, l’avidità e l’egoismo stanno uccidendo i nostri sogni e questo significa che una generazione, quella di Greta, non ha futuro, ma solo una sua parodia. E, lo sappiamo bene, la questione ambientale non risolta comporta una serie di problemi collaterali, il clima più caldo provoca carestie e disastri naturali, il che significa l’inizio della fine per l’umanità. Ma siamo ancora in tempo per cambiare un modello di sviluppo che si è rivelato sbagliato, perché deriva da un antropocentrismo non più, come un tempo, in armonia con la Natura bensì “contro”. Non si può sfruttare all’infinito un pianeta comunque finito, creando peraltro quella “cultura dello scarto” di cui parla Papa Francesco. E forse l’unico documento serio, che affronta il problema non perdendosi in formule vuote ma stabilendo una progettualità per sanare la ferita che l’uomo ha inferto a nostra Madre Terra, è proprio l’enciclica “Laudato si’”. Ritrovare la perduta armonia prima che sia troppo tardi, ridimensionare il Profitto non più fine a se stesso ma come “giusto mezzo” per un equilibrato progredire della razza umana, è anche ciò che chiedono Greta e quelli come lei, giovani che non vogliono vivere in un mondo malato e senza speranza (vengono da tutta Italia a recare testimonianza). E noi con loro, verso una comune e condivisa coscienza ecologica: di appartenenza a nostra Madre Terra, perché noi siamo ospiti. E questa è cultura, cultura dell’uomo.
Dunque siamo tutti “Gretini” come è stato scritto? Sì, con orgoglio.

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