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Le storie che meno guardiamo

Dissoluzione della Jugoslavia, 1991-2008.

Dissoluzione della Jugoslavia, 1991-2008.

di Luigi Fattorini

 Come già un secolo fa, anche i nostri tempi sono tornati ad essere influenzati dalle crisi internazionali, quali la Russia che invade l’Ucraina, Israele che devasta Gaza o Trump che intende annientare l’Iran. Eppure, il riemergere di nodi irrisolti ci coglie spesso indifferenti, se non stupiti. Si può dire lo si sia visto non molti giorni fa, quando sono accaduti due episodi concomitanti: la morte di Ratko Mladić e la condanna per crimini di guerra di Hashim Thaçi, da parte di un tribunale internazionale. A qualcuno questi nomi parranno forse anche dire poco. Più magari quello di Mladić, che chi c’era negli anni ’90 è difficile non ricordi come il “boia di Srebrenica”. Un po’ di meno invece per Thaçi, che è stato leader del braccio armato del movimento indipendentista kosovaro, l’UÇK, nonché – dopo l’indipendenza faticosamente raggiunta dal Kosovo (ma non ancora da tutti riconosciuta, ricordiamolo) nel 2008 – anche presidente di questo nuovo stato per alcuni anni. Ora, non è il caso di ricordare più di tanto il contesto delle guerre che hanno insanguinato la ex-Jugoslavia, e le relative storie che hanno visto tanto l’uno che l’altro (assieme a non pochi altri personaggi) nel ruolo di protagonisti. Rimanendo all’attualità è interessante soffermarsi su un aspetto, che è stato rilevato dai commentatori ma neanche più di tanto alla fine. I funerali di Mladić si sono svolti infatti in una Belgrado pervasa quasi da orge di nazionalismo serbo, così come la condanna di Thaçi è stata accompagnata da feroci proteste a Priština (e non solo),  con torme di persone che hanno rigettato l’accusa, quasi che colpisse non la persona bensì l’intero popolo.

Ratko Mladic (a sinistra9 durante la guerra di Bosnia, 1992-95.

Ratko Mladic (a sinistra9 durante la guerra di Bosnia, 1992-95.

 Ecco, questa cosa può aiutarci forse a cogliere meglio un dettaglio che spesso a noi dell’Europa occidentale (poco abituati a quanto pare a capire le dinamiche della metà orientale del continente) pare sfuggire: l’identificazione della collettività, più o meno totale, con un simbolo e con una causa. Il tutto tenendo a mente un altro elemento: quello di un sentimento profondo, che magari trova origine – altra cosa nella quale l’Europa orientale si differenzia dalla metà nostra – nella storia di quei paesi. Quante volte ad esempio abbiamo visto e vediamo ancora oggi in Serbia piangere per episodi come – tanto per restare in tema – la battaglia di Kosovo Polje del 1389 (quella dove i serbi medievali tentarono di opporsi agli ottomani)? E’ passato più di mezzo millennio, eppure nel 1989 – per il 600° anniversario – Slobodan Milosević radunò lì un numero impressionante di connazionali, aizzandoli contro i nuovi “nemici” della patria serba. Cose del genere si vedono anche in altri angoli dei Balcani: dai nazionalisti albanesi che richiamano i miti “illirici”, ai greci che ovviamente non mancano di avere i loro rimandi gloriosi, ai vari altri popoli della (vasta) penisola a sud del Danubio che si rimandano a questo o quel regno medievale.

Hashim Thaçi (in borghese) con i guerriglieri del UCK.

Hashim Thaçi (in borghese) con i guerriglieri dell’UCK.

 Per carità, ogni popolo si porta dietro le proprie mitologie. In passato anche noi italiani ricordavamo agli stranieri Legnano o la disfida di Barletta, così come tra francesi e inglesi ognuno si vantava contro l’altro di questo o quell’episodio nella guerra dei Cento Anni. E via andare. Ma c’è una differenza: da noi, cioè nella nostra metà di continente (quella occidentale) queste cose alla fine si sono sopite, mentre nell’altra metà (quella orientale) pare di no. Con il risultato che noi continuiamo a stupirci quando vediamo – per esempio – Putin che si richiama a Pietro il Grande o a Caterina, o gli ucraini che usano simboli della Kiev medievale; per non parlare dei polacchi che ancora citano la grande confederazione polacco-lituana (ma con la parte polacca nel ruolo del leone) che spadroneggiò tra il Baltico e il Mar Nero per diversi secoli. Nel caso degli ex jugoslavi poi c’è anche un dettaglio spinoso: mitologie del genere sono state spesso usate l’uno contro l’altro, specie laddove nei confini del proprio si avevano quote considerevoli di connazionali “nemici”. La Croazia infatti ha nel suo seno la Krajina (zona cuscinetto creata in epoca asburgica in funzione antiottomana) storicamente abitata in prevalenza da serbi, così come la Serbia aveva nel suo seno il Kosovo a prevalenza albanese.

Slobodan Milosevic durante il grande comizio nella piana di Merli (Kosovo), 28 giugno 1989.

Slobodan Milosevic durante il grande comizio nella piana di Merli (Kosovo), 28 giugno 1989.

 Per non parlare della Bosnia, dove serbi, croati e musulmani da secoli si frammischiano in larghe zone. E come è finita in questi casi? Che in Krajina dopo il 1994 (quando i croati ripresero il controllo sulla zona), la popolazione serba fu costretta ad andarsene in massa (un po’ come accadde agli italiani dell’Istria persa dall’Italia dopo il 1947), così come in Bosnia si sono avute – sia con che senza i massacri come Srebrenica – semplificazioni nelle zone a prevalenza vuoi serba, vuoi musulmana vuoi croata. Quanto al Kosovo, fallito il tentativo serbo di togliere il volto prevalentemente albanese del luogo, i ruoli si sono invertiti dopo l’indipendenza, e al momento ad essere dalla parte della scopa e non più del manico è la locale minoranza serba. E’ questo in altre parole il contesto in cui vanno inserite le vicende di Mladić e di Thaçi. E non solo di loro perché, lo ricordiamo, l’elenco di personaggi di siffatta indole non è breve. Peraltro con anche stavolta le cronache recenti che cascano a pennello, vista la morte in questi giorni pure della ex presidentessa serbo-bosniaca Biljana Plavšić (condannata anche lei in sede internazionale). Certo, sono argomenti da maneggiare con cura, non foss’altro perché è facile farli diventare apriporta di fraintendimenti, se non di intolleranze, tipo quella dei popoli jugoslavi descritti come ”sanguinari”, affamati di “pulizia etnica”. Ma sono comunque elementi da considerare, perlomeno se si vuole seriamente costruire (o provare a costruire) al meglio un’integrazione europea. Anche perché ricordiamolo: a quell’integrazione europea i governi di questi stessi popoli chiedono alla fine di partecipare.

Profughi serbi della Krajina croata verso la Bosnia (1995).

Profughi serbi della Krajina croata verso la Bosnia (1995).

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