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Alda Merini e quella voglia infinita di vivere in versi

di Fabrizio Bianchi.

La prima domenica di novembre del2009 Alda Merini si spense per sempre.La sua penna terminò di tramutare in versi i sogni pieni di speranza di una donna perseguitata da quel “male oscuro” che le tolse momenti importanti della sua vita.
“Sono nata il 21 a primavera”, poesia in cui ella stessa celebra il giorno della sua nascita scrivendo il suo primo canto nel bel mezzo della stagione della pazzia e del germogliare dei fiori. Alda Merini nacque il 21 Marzo 1931, a Milano, precisamente in quel di viale Papiniano 57.
Alda Merini fu lasecondogenita di tre figli, insieme alla sorella Anna e al fratello Ezio, ai quali dedicò una poesia ciascuno, “A mia sorella” e “ A Ezio Merini”. Appartenente ad una famiglia di umili origini iniziò a scrivere le sue prime poesie all’ età di quindici anni, poesie che vennero apprezzate da Giacinto Spagnoletti, famoso critico letterario. Questi fu per lei un vero maestro di scrittura, trasformando un talento incompreso in indimenticabile letteratura.
Nell’antologia “poesia italiana contemporanea” di Giacinto Spagnoletti (1950) vennero pubblicate due rigogliose poesie dell’astro nascente di Alda Merini, “Il gobbo” e “Luce”. In questa antologia letteraria lei stessa vi si definì come una ragazza sensibile, un po’ isolata e poco apprezzata dai suoi genitori: una ragazza per certi aspetti diversa dagli altri, fuori dal comune sentire. Le figure genitoriali furono un vero ostacolo tra lei ed il suo amore per la scrittura, perché nessuno dei due credeva nel suo estro artistico.

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Una vita che non le è stata una fedele amica, al contrario, tutto le si è ritorto contro. Dal  1962  fino al 1972 Alda Merini inizia un periodo di silenzio, confinata in manicomio per colpa del crudele bipolarismo che la tormentava distogliendola da se’ stessa, dalla quotidianità ma soprattutto dalla sua grande voglia di vivere  in versi. Il manicomio, una prigione, un’istituzione capace di privare l’animo umano di qualsiasi emozione attraverso la paura e le percosse psicofisiche subite da parte dei medici (a quei tempi ancora non era in vigore la legge Basaglia). Un bipolarismo, il suo, che annientava la personalità facendole indossare una miriade di maschere in grado di alterare e stravolgere la sua vera identità. Persino in amore non ebbe vita serena, in quanto la sua relazione col traduttore, scrittore e critico letterario Giorgio Manganelli fu alquanto burrascosa e insidiosa. La stessa cosa avvenne anche con Ettore Carniti, un matrimonio di breve durata.
In quegli anni, causa la malattia, la critica letteraria si stava dimenticando di lei ma, nel 1979, Alda  tornò a dedicarsi completamente alla scrittura in prima persona, raccontando della drammatica esperienza nel manicomio. I testi vennero raccolti nell’opera “La Terra Santa” pubblicata da Vanni Scheiwiller nel 1984.

Un anno prima, nel 1983, Alda Merini si sposò con il poeta Michele Pierri che proprio nel periodo del manicomio era diventato un suo grande ammiratore. Trasferitasi a Taranto scrisse alcune poesie tra le più importanti, come  “La gazza ladra”, e terminò il suo primo libro in prosa, “L’altra verità. Diario di una diversa”.  Questi per lei furono anni molto produttivi come risultato di una raggiunta serenità che le  permise di pubblicare varie opere. Durante il corso degli anni ’90 vinse importanti premi letterari: nel 1993 il Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la poesia, nel 1996 il premio Viareggio grazie alla sua opera “Vita Facile”e nel 1997 il premio Procida Elsa Morante.
La semplicità delle sue parole risuona all’interno dei versi come una voce che illustra l’innocenza di un animo desolato e folle grazie ad un armonioso sfogo liberatorio che anima la sua poesia, rispecchiando quell’inesprimibilità emotiva dell’indole umana e quella candida tenerezza da bambina sognatrice.
La sua vena poetica si offre come possibilità di dar voce alle persone emarginate e a tutti coloro che si spaurano innanzi agli imprevisti della vita, invitandoli a non farsi sottomettere dalle proprie fragilità ma, anzi, tramutarle in punti di forza tali da poter decidere del proprio destino.
Nel 2004 la malattia si fece risentire in maniera ancora più forte di prima. Venne ricoverata all’ospedale San Paolo di Milano ma il suo animo di guerriera ancora una volta riuscì a ribaltare la situazione riportandola a casa dalle sue poesie. Il suo è uno stile anche figurativo racchiuso da immagini oniriche rese evidenti dalla scelte precisa delle parole.

Il suo lavoro conclusivo, una sperimentazione del genere noir “La nera novella”, venne pubblicato da Rizzoli nel 2006.
Alda Merini si spense il 1novembre 2009. E fu così che la letteratura italiana ha potuto leggere e conoscere una donna dall’animo fanciullesco e grazioso, una donna ancora bambina piena di speranza e di voglia di dar voce grazie alle sue poesie a chi voce non ha.
“Ciò che nella vita rimane, non sono i doni materiali, ma i ricordi dei momenti che hai vissuto e ti hanno fatto felice. La tua ricchezza non è chiusa in una cassaforte, ma nella tua mente. È nelle emozioni che hai provato dentro la tua anima.”
Alda Merini

1 Commentoa“Alda Merini e quella voglia infinita di vivere in versi”

  1. Rebeca Reis // 19 gennaio 2020 a 20:36 // Rispondi

    che bel tributo Biz, che bella scrittura, tuttavia non potei fare a meno di riparare la vita antagonista che aveva, sopravvivendo a sogni ad occhi aperti e piantando poesie lucide.

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