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“Eternal City” al Vittoriano

Raccontare la storia di una città per immagini non è semplice, tante sono le chiavi di lettura possibili. Quando poi si parla di Roma, la questione si complica perché nella sua stratificazione plurimillenaria riassume secoli e secoli di civiltà, di arte, di religiosità. Gran parte del suo fascino deriva indubbiamente dai resti monumentali del suo passato e da quel senso di eternità che sembra aleggiare sul Colosseo, sul Pantheon, sulle colonne Traiana e Antonina, su Castel Sant’Angelo, sulle statue gigantesche disseminate per la città, come pure sulla cupola michelangiolesca di San Pietro, o sui capolavori architettonici di Bernini e Borromini.

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La mostra fotografica “Eternal city. Roma nella collezione fotografica del Royal Institute of British Architects (RIBA)”, che si tiene nel Vittoriano (Sala Zanardelli) dal 28 giugno al 28 ottobre 2018, esprime bene le mille facce della città eterna, viste con gli occhi di artisti dell’obiettivo che ci fanno comprendere in particolare il senso dell’architettura che, al di là della bellezza estetica, ha sempre una precisa funzione.
La mostra, a cura di Gabriella Musto e Marco Iuliano, in collaborazione con Valeria Carullo, è stata promossa e organizzata dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, ed è inserita nell’ambito di Artcity Estate 2018. Ben 200 fotografie ritraggono Roma tra la metà dell’Ottocento e l’età contemporanea. Tutte le foto provengono dalla collezione del Royal Institute of British Architects che ha sede a Londra e, a eccezione di alcune immagini dei fondi dell’Architectural Press Archive, sono firmate da fotografi britannici quali James Anderson, Tim Benton, Richard Bryant, Ralph Deakin, Ivy and Ivor de Wolfe, Richard Pare, Monica Pidgeon, Edwin Smith.

Il Royal Institute of British Architects (RIBA) non è solo un importante ordine professionale: alla sua base vi è anche il desiderio di promuovere l’educazione alla qualità dell’architettura, dentro e fuori la Gran Bretagna. Fondato nel 1834 a Londra, conserva nella sua collezione fotografica 1,7 milioni di immagini. Le foto selezionate in mostra privilegiano sia il dettaglio archeologico sia il paesaggio, passando anche per l’architettura d’autore. Non dimentichiamo che i fotografi sono allo stesso tempo architetti; alcuni di essi, come Edwin Smith (1912-1971), ci colpiscono per gli scorci originali (Foro Romano con l’Arco di Settimio Severo), mentre altri fotografi danno più importanza alle sensazioni, ai rumori, ai profumi e agli incanti dell’ambiente. Per questo le immagini di Roma sono suddivise in quattro sezioni complementari – Antichità, Modernità, Paesaggi urbani e Atmosfere – anche se alcune foto potrebbero rientrare in più di una sezione. Alcuni testi letterari introducono alle diverse sezioni, trasmettendo a parole il clima e gli effetti atmosferici evidenziati dalle immagini fotografiche. In particolare ci accompagnano alcune frasi di Dickens, che giunto a Roma nel 1846, all’inizio sembra quasi deluso dal primo impatto: “Il 13 gennaio, alle quattro del pomeriggio, entrammo nella città eterna attraverso Porta del Popolo… Non trovammo né grandi rovine, né solenni simboli dell’antichità – che infatti si trovano dall’altra parte della città – lì sembravano esserci solo lunghe strade con normali case e negozi, proprio come in qualsiasi altra città d’Europa… Quella non era certo la mia Roma, la Roma che, uomo o fanciullo, uno si immagina: la città vecchia e cadente, addormentata al sole tra le antiche rovine…”
Ma è sempre lui che in un successivo momento si entusiasma per la luce di Roma: “Che luminoso mezzogiorno era, quando andammo via! Il Tevere non era più giallo, ma blu. I vecchi ponti avevano un colore rosato, che li rendeva di nuovo forti e giovani. Il Pantheon, con la sua facciata maestosa, solcato e corrugato come un vecchio viso, era illuminato dalla luce estiva sulle sue mura malconce. Ogni misera e desolata casupola della Città eterna appariva nuova e gioiosa con la luce del sole.”

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La mostra ricostruisce l’immagine della città eterna in un momento chiave della sua esistenza. La tecnica fotografica, infatti, si sviluppa proprio quando “si fa l’Italia” e contribuisce ad alimentare quell’aura che avvolge Roma già dai secoli precedenti.
All’inizio i pittori-fotografi uscivano in gruppo, sistemando le macchine fotografiche negli stessi luoghi, tanto che in alcuni casi l’attribuzione di alcune immagini è complessa, perché sembrano tutte uguali. La scalinata di Trinità dei Monti da via dei Condotti o il Foro, per esempio, sono sostanzialmente ripresi da punti di vista condivisi da tutti i primi fotografi, con minime varianti. Ma a poco a poco i fotografi si differenziano stilisticamente. Attraverso le immagini selezionate il visitatore può osservare la città con gli occhi del mondo anglosassone e condividerne gli sguardi iconici ma anche inusuali e profondamente narrativi. Dall’archeologia alla street photography, la mostra accompagna il pubblico straniero e italiano alla scoperta della capitale, suggerendo riflessioni architettoniche, urbanistiche, politiche, sociali e nel contempo stimolando la critica verso la riscoperta di luoghi che la fotografia, come sempre, reinterpreta e racconta.
È positivo il fatto che venga rivalutata anche l’architettura novecentesca e contemporanea che molti si ostinano ancora a considerare “brutta”. Come scopriamo dalle immagini esposte, in realtà, la purezza delle linee e il fascino quasi metafisico di certe architetture moderne non ha niente da invidiare a quelle delle altre capitali europee, e, d’altra parte, tutto ciò che ora è antico, è stato contemporaneo e più di una volta criticato, per poi essere rivalutato in un secondo tempo.
Particolarmente suggestive appaiono le foto della Stazione Termini. Come leggiamo in un cartellone: “La prima sorpresa è, per uno straniero, la stazione Termini. I binari si riversano su un monumentale asse trasversale e la copertura ondulata riecheggia la forma delle mura serviane, catapultando i viaggiatori in arrivo nel trambusto della città. Questa è la modernità degli Anni Quaranta, una profonda manipolazione dello spazio”. Il Palazzetto dello Sport di Pierluigi Nervi è, invece, un esempio di rigorosa efficienza spaziale resa in modo scultoreo nella linea circolare che ricorda il Pantheon. La copertura e la facciata si adattano al contesto suggerendo l’idea di come un edificio può essere vissuto, senza trascurare però alcune regole formali che si rifanno alla grande tradizione del passato. Negli ultimi anni anche a Roma sono state realizzate opere di famosi architetti internazionali come Richard Meier (la chiesa di Tor Tre Teste e il museo dell’Ara Pacis), Zaha Hadid (MAXXI), Renzo Piano (Auditorium) e giustamente sono esposte fotografie relative a queste opere contemporanee.

Fontana dei Fiumi Pare

ETERNAL CITY
Roma nella collezione fotografica del Royal Institute of British Architects
a cura di Gabriella Musto e Marco Iuliano

Monumento a Vittorio Emanuele II – Il Vittoriano
Sala Zanardelli
Roma, Piazza d’Ara Coeli

Dal 28 giugno al 28 ottobre 2018

Ingresso libero, tutti i giorni
dalle ore 9.30 alle ore 19.30 -  ultimo ingresso ore 18:45

Catalogo Skyra
www.art-city.it

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