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Bellezza da Oscar

ASD

  Questa è una bella notizia, il nostro cinema che si merita un riconoscimento internazionale, quindici anni dopo Benigni e trent’anni dopo la consacrazione del grande Federico Fellini, “maestro” della Settima Arte. E a Fellini, quello de “La dolce vita” è stato paragonato “La grande bellezza”, Oscar 2014 per il miglior film straniero. Sì, c’è in comune una certa ambientazione ed una tipologia umana particolare, così come un clima generale di decadenza e di attesa, ma tutto ha un sapore diverso. A cominciare dalla città che fa cornice alla storia, una Roma a tratti quasi onirica, poiché fa da controcanto a quella che è essenzialmente la cronaca – ironica, drammatica – della ricerca di valori perduti.  Al centro un mondo che ormai si nutre solo di se stesso, specchio di una società senza più baricentro, ridotta ad un teatrino mondano dove il protagonista gira a vuoto come tutti i personaggi della storia. Jeb, l’ottimo Toni Servillo, osserva con occhio disincantato questo zoo umano del quale pure fa parte, annotando ogni particolare (in fondo resta sempre un giornalista).

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L’essere sfiorato dalla morte (un suo vecchio amore) e l’incombere degli anni è come gli dessero il senso della “vanitas” e qui egli inizia un cammino diverso che lo porterà, se non verso la redenzione, almeno verso una nuova consapevolezza di sé.

 Non mi dilungo sulla trama di un film già visto (tornerà martedi su Canale 5), film che peraltro ha diviso in maniera radicale il pubblico e la critica. O lo ami o lo odi, “La grande bellezza” non ammette una via di mezzo, perché eccessivo, tanto da toglierti il fiato e tuttavia, proprio in questa sovrabbondanza di toni è il suo fascino.

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Che, soprattutto negli scorci romani, di una Roma dai sottili incanti, magica come solo la nostra città sa essere – e spesso, troppo spesso nemmeno ce ne accorgiamo –  diventa di grande suggestione.  “La grande bellezza” è soprattutto un’elegia a tratti struggente su un mondo andato in frantumi che neanche tenta più di ricomporre la propria immagine. E quindi una cultura lacerata che però, anche se ferita nel profondo, può ancora tentare di riscattarsi. La redenzione, di questo abbiamo bisogno, perché “noi” siamo la nostra cultura, che non può e non deve morire.

 

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