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Pilo Albertelli

 

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dalla lotta al fascismo alle Fosse Ardeatine raccontato dal figlio Ing. Guido Albertelli,

“Abitò in questa casa Pilo Albertelli medaglia d’oro della Resistenza ucciso a 36 anni dai nazifasciti”. Così la targa commemorativa che figura in un cortile di via Sambucuccio d’Alando, nel cuore del III Municipio, dove lui, professore di filosofia, “insegnava ai giovani la fedeltà socratica alla verità e al dovere”. Fu qui apposta il 24 marzo 1954, nel X° anniversario del suo sacrificio, dai compagni del Partito d’Azione nel quale militava e di cui, insieme a Ugo La Malfa, era stato fondatore, nel 1942, a Roma.    Pilo nacque a Parma, nel 1907, e lo spirito libertario lo aveva dentro sin da piccolo, il padre, Guido, essendo un onorevole socialista preso più volte di mira dalle squadracce fasciste di Italo Balbo (ai primi di agosto del 1922 vi fu la famosa “Battaglia dell’Oltretorrente”, con il quartiere cosparso di barricate ed i fascisti costretti a ritirarsi). Dovette lasciare la città trasferendosi a Roma dove Pilo, laureatosi in filosofia, iniziò ad insegnare, accattivandosi la simpatia degli studenti per il suo modo di proporsi, affatto cattedratico (“…noi sentivamo che aveva fiducia in noi, che non eravamo qualcosa che trattasse con freddezza e disinteresse, ma il centro della sua vita”, scrive un suo allievo, Mario Del Viscovo).

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 Insegnava in un modo tutto particolare, cercando di trovare un collegamento con la realtà affinché la filosofia non fosse una scienza astratta ma una sorta di chiave di lettura del momento storico contingente (i suoi poli di riferimento erano Benedetto Croce e Pietro Gobetti, che morì esule a Parigi, in seguito ad un’aggressione fascista). E finì anche lui nell’occhio vigile della censura di regime, per quel suo parlare schietto ai giovani, mostrando loro l’inganno che si celava dietro gli ideali del fascismo. Ma nessuno di quei ragazzi lo denunciò mai, perché troppa era la stima che essi nutrivano per lui, non solo come insegnante ma come uomo.    Dovette trasferirsi a Livorno e qui fondò la rivista “Pietre”, dove esponeva la sua visione liberal-socialista, cosa che gli meritò il carcere, dove conobbe Ugo La Malfa, poi divenuto amico fraterno nonché compagno di militanza nel Partito d’Azione, nato a Roma nel 1942.

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  Era un periodo buio, che divenne ancora più fosco l’8 settembre, con lo sfascio del regime, la fuga del re, l’esercito allo sbando. Pilo passò dal pensiero all’azione concreta, iniziando la lotta partigiana, sia con funzioni di collegamento fra le varie unità clandestine, sia con le armi in pugno, come a Porta San Paolo. Alternava quindi la teoria dell’insegnare (fra i suoi allievi anche l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) alla pratica del “fare”, ma in funzione di un mondo migliore, ben conscio che avrebbe potuto pagare un prezzo alto, come poi avvenne.    Ma qualcuno tradì e, nel marzo 1944, Pilo fu arrestato, finendo nelle mani della banda Koch, un manipolo di sadici assassini. Fu torturato in modo atroce ma mai perse coscienza di sé e tradì i compagni, rivelando una tempra che ancor oggi non può non suscitare ammirazione.

04Quando Kappler volle gli ostaggi da fucilare alle Fosse Ardeatine, Pilo entrò nella lista ed affrontò il martirio insieme agli altri 334, per la maggior parte prigionieri politici (il Partito d’Azione pagò un prezzo alto in vite umane e così i comunisti di tendenza trozkijsta). Morirono anche molti ebrei, oltre 70, rastrellati nel Ghetto e altrove. Era davvero notte a Roma.    Rievoco quel periodo orrendo e insieme sublime per il sacrificio di quanti credevano in un’Italia libera, insieme all’Ing.Guido Albertelli, figlio di Pilo, che del padre ha ancora un ricordo vivo, dove amore, nostalgia e senso patrio – questo gli instillò Pilo con il suo esempio – si fondono in un qualcosa di emotivamente denso che, ascoltando il racconto di questa vita spezzata a soli 36 anni in nome dell’Idea, non può non colpirti nel profondo dell’anima.

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E, confrontando l’Italia di allora, dolente ma percorsa di fremiti, con l’Italia di oggi, in cui tutto è mercificato e dove per molti la bandiera non significa il sacrificio di generazioni per l’unità e la libertà, dal Risorgimento alla Resistenza, ma solo un pezzo di stoffa colorata (mi riferisco alla Lega, ovviamente, cui, fosse dipeso da me, avrei impedito l’ingresso a San Paolo, dove le bare dei caduti erano avvolte in quella bandiera che Bossi & Co. offendono di continuo); confrontando le due Italie, dicevo, ed osservando il declino non solo economico ma culturale di quella di oggi, sono convinto più che mai che vada preservata la memoria storica. Per capire chi siamo e dove stiamo andando, prima che sia troppo tardi e la mediocrità dilagante sommerga tutto, senza scampo.

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(27.09.2009)

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