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Il balletto indecente

mEsattamente un mese fa ho scritto su questo giornale che il sindaco di Roma Ignazio Marino, pur tralasciando le ridicole e penose giustificazioni riguardanti gli scontrini dei ristoranti pluri stellati della Roma che conta, sarà la persona più onesta del mondo ma si è rivelato, oltre che sorprendentemente vanesio, di una inconsistenza pazzesca sotto il profilo dei risultati attesi e sotto il profilo, come dire? delle scelte personali dell’estate scorsa. Perché? Ma perché in un momento in cui la città, sommersa all’inverosimile dai rifiuti e ridicolizzata agli occhi del mondo intero per la spettacolare provocazione di un funerale imbarazzante, ha scelto di starsene a mollo in mari lontanissimi dal Campidoglio. Intendo quello di Roma, non quello di Washington. Era fine estate, lo ricordiamo tutti, ed era già scoppiato il finimondo nella Roma spogliata, annichilita e frustrata per essersi resa conto in balia di quali personaggi era finita. La gente si guardava incredula e smarrita per il crescendo di notizie terrificanti sul fronte della legalità e, ancor di più, sulla sconfortante situazione del degrado cittadino che dalle estreme periferie dilagava e dilagava come un immondo fiume in piena verso il centro storico fino a lambire i Palazzi delle Istituzioni ed i siti che furono l’orgoglio ed il vanto di questa città. La maestà di Roma, la santità di Roma, cantate da Antonello Venditti, offese e vilipese. E mentre tutto ciò accadeva, lassù sul Campidoglio la poltrona del sindaco si impolverava sempre più perché il professor Ignazio Marino aveva già fatto la sua scelta. “Io me ne sto dove sto, nel mare azzurro dei Caraibi, perché tengo famiglia. Ci pensino assessori e consiglieri, a presidiare il colle della lupa. No, no, io me ne sto qui  con mia moglie e con mia figlia”.

Poche settimane più tardi persino papa Francesco deve aver perduto la pazienza se si è divertito a togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ma la natura del sassolino la conosce solo lui e  qualcun altro, ma io no. Eppure quanto mi piacerebbe saperlo! Nel frattempo il Nostro, ritornato a casa, riprende la sua poltrona, ma la poltrona comincia a scricchiolare  rumorosamente e pericolosamente e gli spifferi che arrivano nella stanza con affaccio sui Fori non promettono nulla di buono. Si scatena un uragano di richieste di dimissioni ed è un vero e proprio fuoco incrociato che arriva da tutte le direzioni. La centrale del tiro al bersaglio, neanche a dirlo, è il Nazareno, ma sussurri e grida di vario colore citano anche Palazzo Chigi. Sarà vero? Come fa a non essere vero se l’inquilino di Palazzo Chigi è anche il padrone di casa del Nazareno? Via, nessuno ha l’elmetto in testa, e che cavolo! Così è, se vi pare! Un bel giorno di questo autunno un po’ così l’Ignazio si incavola, cosa davvero rara, e sbatte la porta. Sbatte la porta?  Non proprio, l’accosta. L’accosta quel tanto da far entrare di sbieco la sua “badante” (parole sue), ossia il prefetto Gabrielli che, però, ha anche altre gatte da pelare e quando Ignazio, per fare lo spiritoso, in un incontro pubblico, non ricordo l’occasione, definisce Gabrielli “la mia badante” per sottolineare il suo status di “sindaco sotto tutela”, una sorta di ruolo a responsabilità limitata. Ebbene, alla battutaccia per la quale il sindaco si aspettava un uragano di applausi, il prefetto Gabrielli non solo non rise e non sorrise, ma non mosse nemmeno un muscolo della faccia. Gelido come un ghiacciolo, di certo, ma anche tanto ma tanto incavolato. Intanto i giorni passano e dal Nazareno arrivano, richieste, anzi ordini, di dimissioni sempre più pressanti e sempre più inascoltati. “Devi andartene e subito!” “Fossi matto! Dirà tra se e se il chirurgo braccato. Ma la sorpresa è in agguato e sarà clamorosa. Marino, attraverso chissà quali canali, lancia un tam tam ai suo popolo e dal Tufello a Prima Porta, da Centocelle a Monte Mario, da Torpignattara al Salario, da Monte Mario e all’Eur  partono migliaia di fedeli osannanti ed acclamanti ed in men che non si dica la piazza del Campidoglio si riempie come un uovo e persino il severo Marco Aurelio sembra stupito. Ignazio Marino sale sulla scalinata del Palazzo Senatorio con fare benedicente e le signore delle prime file per poco non si segnano col segno della croce. Il sindaco blandisce, sorride, minaccia, promette. Resistere, resistere, resistere! Il popolo lo vuole. Ignazio fende la folla sorridente e beato. Accarezza guance e stringe mani, ride e sorride, sorride e ride. “Tranquilli, io da qui non mi muovo! Lo faccio per voi. Lo faccio per Roma!” Ma all’orizzonte spuntano nuvoloni neri che più neri non si può.

0_Marcus_Aurelius_-_Piazza_del_Campidoglio_(1)

Arriva il giorno dolorosissimo delle dimissioni e i devoti dell’Ignazio furioso cadono in depressione. Non sanno, però, che venti notti (data limite per i ripensamenti) son lunghi da passare, quando l’orgoglio stuzzica il (suo) cuore. “Ma c’ha fatto de male sto poveromo, ‘o stanno a massacrà!”, dice la signora Giulia di Campo de’ Fiori. “Ha scoperchiato ‘a pentolaccia e mò j’a fanno pagà!” ribatte Ernesto del Nuovo Salario. Comunque, dimissioni, sì, ma con riserva. Poi si vedrà.

E si sta vedendo proprio in questi giorni e in queste ore, ma è anche ora di fare un paio di considerazioni niente male o, meglio, porsi un paio di domande che ancora non hanno avuto risposta. Semmai l’avranno! La prima è la seguente: Di che cosa viene  accusato Ignazio Marino? Preciso: Quale è il motivo per cui Il Partito Democratico chiede le sue dimissioni? Le chiede per incapacità del sindaco ad esercitare il suo ruolo? Le chiede per i ticket dei ristoranti passati all’incasso? Le chiede perché le chiede qualcuno a cui non si può dire di no? Le chiede perché il sindaco va in piazza e viene accolto come Maradona o la Bellucci? Insomma, perché Marino deve fare fagotto?

Il Partito Democratico, partito del sindaco, deve ammettere che la cosa non convince perché non è emerso un beneamato di nulla fino a questo momento e la decisione di mettere il sindaco di Roma alla porta, ad oggi, appare assai assai oscura, opaca, opacissima, e sarebbe il caso che qualcuno lo dicesse a chiare lettere perché, piaccia o no, Ignazio Marino è stato eletto dalla gente. E la gente vuole saperlo.

9 Commentia“Il balletto indecente”

  1. Mi mangerei la penna con la quale ho tracciato il segno sul nome di questo sindaco che si è rivelato l’esatto contrario di ciò che pensavo.
    Ma attribuisco la responsabilità dello sfacelo di Roma anche al PD, il partito che lo ha proposto e poi abbandonato a se stesso.
    Inorridisco se penso al suo predecessore, ma non faccio salti di gioia se guardo alle stelle comete in arrivo perchè non ne conosco la caratura.
    Ma, insomma, quale maledizione è piombata su questa sventurata città? Chi mai potrà restituirle oegoglio e dignità?

  2. Permettimi una citazione e un gioco di parole:
    Il sommo poeta:
    E io ch’avea d’error la testa cinta,
    dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
    e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

    Ed elli a me: “Questo misero modo
    tegnon l’anime triste di coloro
    che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

    Mischiate sono a quel cattivo coro
    de li angeli che non furon ribelli
    né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

    Caccianli i ciel per non esser men belli,
    né lo profondo inferno li riceve,
    ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

    Ignavo Marino

  3. Molto efficace questa descrizione della inconsistenza dell’ex sindaco Marino, grande acrobata della parola, fine dicitore e buono solo a promuovere se stesso.
    Lo dice uno che lo ha persino votato, ma su questo peccato sono in buona compagnia.
    Mai vista tanta incapacità ed inconsistenza, e la colpa è di chi lo ha portato sul Campidoglio, cioè il suo ed il mio (ex) partito. Più avvilito ed incavolato di come sono non potrei essere

  4. Caro Enzo,
    Recitare il “mea culpa” per avere votato uno come l’attuale (attuale?) sindaco di Roma, serve a nulla. Ti ho già detto come la penso. In altri tempi e con altri personaggi, la diatriba non sarebbe stata resa pubblica come è accaduto alla stregua di una lite tra comari da cortile. “Così è se vi pare”. Un abbraccio.
    Pietro Parisi.

  5. Nel Cinquecento a Roma la politica era una faccenda di famiglia e tra famiglie: Colonna, Della Rovere, Borgia, Medici. Una faccenda di alleanze tra potentati minori e di schieramenti sotto la copertura di potentati maggiori: guelfi, ghibellini, papalini, imperiali, cattolici, protestanti. Il potere locale era perennemente instabile, figlio della contingenza, fondato sull’esercizio della pura e semplice forza (della MIA forza economica, militare, religiosa, ideologica). Unico limite della mia forza era non già la “legge”, lo “stato di diritto” (vaghi concetti, esistenti allora solo nella mente di qualche isolato pensatore, idealista ante litteram), bensì l’esistenza di una forza superiore: della forza di un ALTRO, che io posso però sempre neutralizzare con finte alleanze, false promesse, patti segreti, menzogne e ipocrisie, pubbliche e private.
    Era prova di saggezza e di scaltrezza politica, nel Cinquecento a Roma, allearsi con il proprio nemico, vendere indulgenze, costruire cattedrali e, all’occorrenza, spalancare le porte della città a turbe di miserabili assoldate e ripagate con la libertà di saccheggio.
    Oggi, per fortuna, i tempi sono cambiati. La politica è diventata una faccenda di mafia e tra mafie. Una faccenda di alleanze tra lobby minori e di schieramenti sotto la copertura di partiti cosiddetti democratici, liberi e indipendenti (in primo luogo dal mandato ricevuto e dai singoli membri partecipanti). La democrazia è garantita da elezioni primarie e secondarie. Il verdetto popolare è tutelato da magistrati e da commissari prefettizi. Il popolo della città è finalmente contento e soddisfatto, perché la legge limita la forza dei (pre)potenti, restituendo in compenso a tutti i cosiddetti cittadini un alibi per astenersi dalla vita politica, dal voto, dalla partecipazione pubblica, un’occasione per chiudersi nel l’anarchia del privato, per occuparsi stanti del proprio particulare.
    Prova di saggezza e di scaltrezza politica, oggi a Roma, è trattare l’amministrazione del bene pubblico alla stregua di una spettacolare partita di calcio: a chi potrà importare se il gioco è finto, truccato, corrotto?

  6. A quanto ho capito io Marino è stato solo un pasticcione, il che non fa di lui un disonesto, semmai un incapace. Con tanto di supporters che lo acclamano non tanto per far piacere a lui, quanto per far dispetto a Renzi.
    E Roma se gratta!

  7. Maurizio,
    carina la citazione ed anche il gioco di parole, ma ti invito a leggere la parte finale del commento di Pinuccio (Pinuccio, docente universitario della Sapienza, è amico mio, ma è soprattutto uomo di grandissimo equilibrio, mai sopra le righe).

  8. Caro Enzo,
    il commento di Pinuccio è assai pertinente, mi sembra di capire che cambiano i tempi e i modi, ma la sostanza rimane sempre la stessa. Tanto per restare in tema mi permetto un’altra citazione, questa volta cinquecentesca come il periodo di cui parla il professore:
    “Sono tanto semplici li uomini e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.”
    Machiavelli.
    Secondo me è di un semplicità di una profondità e di una modernità stupefacenti

  9. Gli interrogativi posti al termine dell’articolo trovano risposta in
    a) L’opposizione politica della parte avversa,
    b) la vanità dell’ex sindaco (creatrice di antipatie bipartizan),
    c) l’ostilità alla sua presunzione di modificare la circolazione stradale di una fetta importante importante della città in vista di raggiungere una grande visibilità interna ed esterna (leggi pedonalizzazione dei Fori),
    d) lo scandalo immenso della cosiddetta “mafia romana” anche se non completamente attribuibile alla sua responsabilità
    e) la sempre maggiore invivibilità della vita cittadina (trasporti, immondizia, manutenzione stradale)
    f) reazione della sua parte al coro delle proteste cittadine, e conseguente tentativo di riacquistare la benevolenza fortemente indebolita della popolarità del partito,
    g) il disconoscimento palese dell’autorità del primo cittadino da parte di Vaticano e corpo giudiziario,
    h) ed infine la mancanza di benevolenza da parte dell’opinione pubblica estera.
    Probabilmente i punti elencati non sono i soli “perché” della vicenda Marino/Roma/PD.

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